sabato, 26 aprile 2008

Leggere Plekhanov

di Antonio D'Ambrosio - Il Politecnico - n°29 - 1° Maggio 1946

Plekhanov è un autore già conosciuto dai "vecchi" militanti dei partiti operai; meno dai "giovani" che molto ancora avrebbero da apprendere da questi saggi scritti nei primi dieci anni del secolo (s'intende che,con "giovani" e "vecchi",ci riferiamo all'inizio del loro interessamento per il marxismo e non all'età). I vecchi ricordano la polemica di Plekhanov contro il sindacalismo rivoluzionario di E.Leone e di Arturo Labriola, il quale,di giravolta in giravolta,doveva finire col sentirsi a suo agio tra i servi della monarchia. Ma l'opera più propriamente teorica di Plekhanov era ignorata quasi generalmente,non essendo stato pubblicato in italiano che l'opuscolo di polemica sul Sindacalismo rivoluzionario, e un articolo sulla Nuova RIvista Storica(Maggio-Agosto 1927 - fascicolo III e IV).Strano destino,quello di Plekhanov,uno dei fondatori della socialdemocrazia russa, redattore con Lenin della prima Iskra, sdrucciolato sempre più nell'opportunismo e infine avversario risoluto della Rivoluzione Socialista di Ottobre. Strano destino,ma non d'eccezione,perchè quest'incapacità a riscontrare nell'azione ciò che teoricamente egli stesso aveva contribuito ad elaborare,fu purtroppo comune a gran parte di quell'"intelligentia" russa; quanto questa frattura tra intellettuali ed operai abbia pesato sullo specifico svolgimento della Rivoluzione russa sarebbe troppo lungo esaminare. Le pagine sui "salti",nella Storia, sono tra le più efficaci e le più limpide del libro, ma quando si è trattato di "saltare sul serio",nell'azione rivoluzionaria,dal Capitalismo al Socialismo,le gambe gli sono mancate. Non solo,ma ha disapprovato gli altri che saltavano.Ciò premesso dobbiamo domandarci se una lettura dell'opera di Plekhanov sia oggi ancora utile. E senz'altro rispondiamo di si. Certo,vi si riscontrano degli elementi di una Cultura positivistica che sanno di stantio, ma gli argomenti impostati sono quanto mai suggestivi. Il primo - quello se il Marxismo ha una sua filosofia - dovrebbe essere molto più trattato fra noi,dopo che i comunisti hanno proclamato la libertà ideologica in seno al loro partito, e dopo il recente Congresso di Firenze del Partito Socialista. Plekhanov non aveva la possibilità di conoscere i lavori di Marx scoperti dopo il 1920(il "Quaderno di Filosofia e di Economia Nazionale" del 1844 e l'"Ideologia Tedesca") e ciò,crediamo,ha contribuito nel fargli ricercare fuori di Marx stesso, in Feuerbach,la base filosofica del Marxismo.Un secondo argomento è trattato come un abbozzo che tuttora attende di essere sviluppato: quello della concezione marxista dell'Arte. Ci sembra che,neanche dopo la pubblcazione dei più recenti scritti di Raphael "Proudhon,Marx,Picasso" e di Fréville "Arte e Letteratura" e l'opera espletata nella Francia post-bellica dalla rivista "Commune", la concezione marxista dell'Arte abbia ricevuto un'esatta sistemazione. Meno che mai può essere,in questo punto,ritenuta soddisfacente la tesi di Plekhanov che consideriamo particolarmente meschina e inficiata di quel "meccanicismo" dal quale attingerà abbondantemente Bukharin nel suo "Materialismo Storico".Molto più importante è il saggio sulla Dialettica che raccomandiamo di leggere con particolare attenzione. Neppure rapportato alle più recenti opere marxiste, come "Le materialisme dialectique" di Lefèbvre e "Per comprendere Marx" di Sidney Hook, il saggio,pur nella sua brevità,scapita di valore. La nostra personale lunga esperienza ci dice che vi sono moltissime lacune nella preparazione della grande maggioranza dei militanti marxisti italiani. Per 25 anni Marx è stato un "autore maledetto",accuratamente purgato da biblioteche e librerie,e procurarsi un testo o un lavoro su Marx rappresentava un'impresa ardua. La conoscenza del marxismo avveniva a mezzo di guardinghe conversazioni o su qualche sgualcito libro sfuggito alle ricerche della polizia,circolante di mano in mano tra mille difficoltà. Noi italiani, in sostanza,non abbiamo avuto mai tempo ed opportunità di studiare,tranne quando sprofondavamo nel carcere. Usciti appena dalla lotta antifascista,ognuno di noi ha avuto,ed ha, da affrontare i compiti urgenti,gravi e complicati dell'attuale situazione del nostro Paese. E tuttavia non è possibile concepire una Cultura moderna senza una conoscenza del marxismo; vi sono centinaia di migliaia di intellettuali e di lavoratori che vogliono "sapere" e,sinora,di fronte a questo fenomeno di una grande massa di entusiasti,poca è stata l'opera culturale dei marxisti italiani. E' ora di metterci seriamente ad assolvere anche questo compito. Il libro di Plekhanov vi può contribuire.

 

 

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 04:11 | link | commenti
categorie: cultura, letteratura, filosofia, dibattiti, marxismo
mercoledì, 23 aprile 2008

Dibattito sulla Cultura

Negli ultimi cinquant’anni il sistema capitalista ha pienamente rafforzato il suo potere fiaccando,se non eliminando completamente, ogni critica radicale contro di esso. Uno degli elementi fondamentali,e purtroppo scarsamente considerato anche dai cosiddetti “antagonisti”, è stato proprio l’eliminazione sistematica del dibattito culturale. Nulla di nuovo,infatti,  è stato proposto e nulla è stato dibattuto al di là del proprio ambito “specialistico” – che sia scientifico,artistico, o letterario –. Sintomatico di questa “crisi della Cultura” è dunque proprio questa chiusura,questa ghettizzazione accademica, e niente è stato tentato per far sì che la Cultura tornasse ad essere elemento popolare,comunitario,e strumento rivoluzionario di rivolta contro il Capitalismo. Improvvisamente,senza che nessuno se ne accorgesse,né tantomeno che si alzasse una protesta, il pensiero e la Cultura sono stati annullati dal dibattito politico del mondo occidentale. Annullando,in questo modo, quasi due secoli di “pensiero critico” che parte dall’Illuminismo quando si afferma,per la prima volta nella Storia, l’”autonomia dell’Arte” e ci si pone il problema della sua “funzione” all’interno della Società; per concludersi con il dibattito neorealista su ciò che dovrebbe essere una Cultura popolare e libera. Sintomatico,simbolico,ed estremamente importante fu,ad esempio, la famosissima polemica tra Elio Vittorini e Palmiro Togliatti sulle pagine del “Politecnico” a proposito della libertà della Cultura,della necessità di essere pensiero critico, anche nei confronti del Partito Comunista che avrebbe invece voluto un pensiero non libero, ma assoggettato.Chi  scrive non pensa certamente che non vi sia stata Cultura negli ultimi 30 anni. Ma da quel momento in poi la cultura ed il ruolo degli intellettuali dismette la sua funzione “sociale”, smette di essere “funzione”, per tramutarsi in “ruolo”. Si cancella cioè dal dibattito politico-culturale una visione della Cultura come strumento per mettere in evidenza le contraddizioni della Società e quelle interne al Capitalismo, e l’intellettuale diventa un mero “funzionario” per il padrone di turno.Tutto ciò,com’è ovvio, è perfettamente funzionale alla logica capitalista di mercificazione delle anime e dei popoli. Non solo perché l’assenza di una Cultura che possa rappresentare un’alternativa è ovviamente funzionale ai suoi interessi ma soprattutto perché,mancando di unità,di funzione,di ruolo sociale, l’intellettuale è più facilmente trasformabile in un abile propagandista degli interessi padronali. Questo è facilmente riscontrabile nell’appiattimento degli intellettuali alla falsa informazione ed al condizionamento ideologico occidentalista all’indomani,ma non solo, dell’11 Settembre. E, ancora più sintomatico di tale situazione, sono stati i cori di protesta, di rivolta, qualora qualche sparuto e oramai minoritario intellettuale ha tentato critiche nei confronti dell’attuale sistema di dominio capitalista ed americano. Un esempio per tutti è il linciaggio massmediale ai danni di Alberto Asor Rosa all’indomani del suo libro: “La guerra: sulle forme attuali della convivenza umana”(Einaudi, Torino 2002). Per non parlare della sistematica guerra di controinformazione anche, se non soprattutto, “da sinistra” ai danni del filosofo torinese Costanzo PreveChe fare?” è dunque la domanda che bisogna farsi essendo questa una delle “questioni” fondamentali, se non la più importante. Bisogna rendersi conto,innanzitutto, dell’arduo compito e dei nemici contro cui bisognerà confrontarsi: case editrici, intellettuali borghesi, centri di potere. Chi scrive non ha soluzioni immediate da proporre, né tantomeno salvifiche o rassicuranti, ma è convinto che la coscienza del problema sia il primo passo verso la soluzione.  Bisogna però iniziare ad averne la consapevolezza. Bisogna avere la consapevolezza che come scriveva Gramsci “La cultura [...] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri" (da “Socialismo e Cultura” in “Il grido del Popolo”, 29 Gennaio 1916).

Mi auguro che da questo mio articolo possa nascere un dibattito. Su...forza con i commenti:)

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 23:11 | link | commenti (2)
categorie: cultura, dibattiti

Tormento esistenziale e politico nell’ultimo film di Montaldo

 

di Giovanni Giacobelli

L’ultima gemma della filmografia di Giuliano Montaldo “I Demoni di S. Pietroburgo” è un film storico - letterario che omaggia la libertà del pensiero. Montaldo è uno di quei maestri del cinema  che ha conosciuto gli ultimi respiri del fascismo, l'occupazione, la Resistenza, il dopoguerra: un regista che ha vissuto il neorealismo e l’impegno postbellico. Il film  oscilla tra la biografia e diverse situazioni espresse dai romanzi di Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij.  La trama si snoda nella S.Pietroburgo del 1860, alla ricerca di risposte sul vero senso della libertà: tra un gesto nichilista, come quello del giovane gruppo di terroristi che credono di cambiare il mondo sterminando la famiglia dello zar  e le dichiarazioni sulla libertà di pensiero e nell'impegno politico che condussero lo stesso Dostojevskij alla deportazione in Siberia. All’indagine di Montaldo partecipa un cast molto equilibrato: Miki Manojlovic (Dostojevskij) e Roberto Herlitzka (il gendarme zarista),su cui verte il dialogo filosofico per cui il terrorismo non è altro che l’altra faccia di un regime basato sul terrore, consci che un regime del genere non potrà durare per sempre (il grande orologio che è alle loro spalle simboleggia il tempo che incalza). L’universo femminile è molto efficace nel film: primo fra tutti  l’amore e la devozione di Anna (Carolina Crescentini) per l’uomo Dostojevskij, contrapposto all’amore per le idee di libertà della giovane terrorista Aleksandra (Anita Caprioli), per cui gli scritti di Dostojevskij sono stati fonte di ispirazione.
All’incalzante e riconoscibile colonna sonora del maestro Morricone si gode della fotografia impeccabile di Arnaldo Catinari, capace di far vibrare emozioni tra luce e oscurità.
Il tormento esistenziale di Dostojevskij, letterato che non vuole essere né servo dell’egemonia, né di quel potere sanguinario e distruttivo di chi combatte l’egemonia con gli attentati terroristici, è lo stesso tormento dell’umanità di oggi, quell’umanità a cui il regista vuole cercare di dare delle risposte. Credo sia per questo che con eleganza e sensibilità, Montaldo gira la scena finale del suo film: gli uomini deportati in Siberia (fra cui il giovane Dostojevskij), uomini di provenienza sociale e idee diverse, assassini e intellettuali, lasciano volare via l’aquila che hanno curato. Ed è il volo dell’aquila il vero insegnamento di libertà… libertà che pone in comunione tutti gli uomini e cancella le distanze fra loro.

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 22:56 | link | commenti
categorie: cinema, novità, critica cinematografica

Cento anni di Cultura palestinese

"Cento anni di cultura palestinese", il nuovo saggio della prof. Isabella Camera D'Afflitto, è uno straordinario studio sulla letteratura, la cinematografia, il teatro e la fumettistica palestinesi a partire da quel "risveglio culturale", nahdah (attestato tra la metà dell'Ottocento e la Prima Guerra Mondiale). Un risveglio che ha coinvolto non solo la Palestina ma tutto il mondo arabo.Un testo ben documentato che spiega come la cultura e l'identità palestinesi non rappresentino un "fenomeno recente", degli ultimi decenni, ma siano radicate nel passato e abbiano visto, negli anni '10, '20 e '30, un fermento di attività letterarie, politiche e sociali, di notevole interesse, dove le donne erano già in prima fila.

Risale al 13 ottobre del 1933, ricorda la D'Afflitto, "uno dei primi lanci di pietre della storia palestinese", nel corso di una manifestazione contro la polizia britannica (la Gran Bretagna era, all'epoca, potenza mandataria), a cui parteciparono uomini e donne.

Dopo aver dedicato numerose pagine al risveglio culturale e alla produzione letteraria prima del 1948, il libro affronta i periodi drammatici che hanno fatto seguito alla creazione dello Stato di Israele, nakba, naksa, intifada, ecc. Molto ricche sono anche le note e la bibliografie.

"La cultura palestinese (...) appare oggi strettamente legata alle vicende storico-politiche della regione, soprattutto, alla fase più recente della spartizione, dell'esodo, dei campi profughi, della resistenza, con tutte le implicazioni che ne sono derivate. Si potrebbe così pensare che una cultura palestinese nata soltanto a partire dal 1948, se non dal 1967 o addirittura dalla fine degli anni ottanta: cioè dalle fasi salienti della più recente storia mediorientale. In realtà, si può parlare di una cultura prettamente palestinese già all'inizio del XX secolo, quando in Palestina si comincia a cristallizzare una coscienza nazionale e il concetto di patria inizia a trovare una sua rilevante espressione letteraria. Nei primi anno del Novecento la produzione letteraria attraversa una fase di transizione che trae le sue origini dalla nahdah e dal filone tradizionale della cultura araba più in generale (...). A partire dal 1930, invece, emerge sempre più specificamente un'autocoscienza nazionale palestinese, quale fattore dominante nella vita quotidiana, e in questi anni la letteratura comincia a mettersi al servizio della lotta nazionale, che diventa il tema prioritario".

Resteremo qui

di Tawfiq Zayyad (1922-1994)

(...) Qui, sui vostri petti, rimarremo come un muro.

Laveremo piatti nei bar, riempiremo bicchierei per i signori,

asciugheremo le piastrelle di cucine annerite

per strappare un boccone per i nostri bambini

dai vostri canini azzurrastri.

Qui, sui vostri petti, rimarremo come un muro.

Avremo fame, saremo nudi…Ma vi sfideremo.

Reciteremo poesie

Riempiremo le strade con manifestazioni di gente esasperata

Riempiremo di orgoglio le prigioni

Faremo dei nostri bimbi…una generazione rivoluzionaria dopo l’altra (…)

A Lidda, Ramlah, in Galilea…

Resteremo qui

Bevete il mare…

Noi custodiremo l’ombra del fico e degli olivi,

semineremo le idee, qual lievito nella pasta del pane (…).

Rileggendo Hannah Arendt: antisemitismo sociale tra politica e letteratura

Martedì 29 aprile alle 18, nell’aula magna della Scuola Superiore di Catania (via S. Nullo 5/i), il prof. Barnaba Maj (Università di Bologna) tiene un incontro dal titolo Rileggendo Hannah Arendt: antisemitismo sociale tra politica e letteratura.
L’incontro, che sarà aperto dal saluto del rettore Antonino Recca e dall’introduzione del Prof. Francesco Migliorino, rientra nel ciclo seminariale su La Scuola, i valori, promosso nell’ambito delle celebrazioni per il Decennale della fondazione della Scuola di eccellenza dell’Università di Catania.

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 22:39 | link | commenti
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L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder

Una canzone(termine molto riduttivo) di Giorgio Gaber dedicata a tutti coloro "che sanno ascoltare"....
postato da: Lukacsiano1975 alle ore 04:44 | link | commenti
categorie: musica, resistenza

La Letteratura di Resistenza

Tratto da http://www.informationguerrilla.org

 

Introduzione di Curzio Bettio (Soccorso Popolare di Padova):

Carissimi,
Alcuni giorni fa, ho avuto la fortuna di incontrare direttamente la scrittrice e poetessa Palestinese Hanan Awwad, che mi ha consegnato un suo testo, con il consenso alla traduzione e alla diffusione. Ho lavorato molto e mi auguro che risulti chiara la tensione morale e civile di questa scrittrice e di tutte le donne della Palestina per la loro società così oppressa e il loro anelito alla libertà.

Hanan Awwad, è nata a Gerusalemme da una famiglia di intellettuali. Laureata in letteratura moderna, ha completato gli studi ad Oxford, nel Michigan e nella canadese McGill. E' direttrice di dipartimento all'Università di Gerusalemme e docente negli atenei di Betlemme e Bir Zeit. E' presidente dell'Associazione degli scrittori palestinesi e della Sezione palestinese della Women's International League for Peace and Freedom (Associazione Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà). Scrittrice, poeta, saggista, da sempre è impegnata nella promozione del dialogo per la soluzione del conflitto Israelo-Palestinese. La libertà e la giustizia filtrano tra i suoi versi, insieme al dolore, vissuto sulla propria carne, per la drammatica condizione del suo popolo.

IDENTITA' CULTURALE DELLE DONNE IN PALESTINA

Il ruolo delle scrittrici e poetesse

DI HANAN A. AWWAD
Associazione Mondiale degli Scrittori - Sezione Palestinese

Introduzione
Questa nota introduttiva è una rassegna sommaria del contributo reso dalle donne scrittrici Palestinesi alla lotta in corso per conseguire la libertà per il popolo della Palestina e in difesa della sua identità culturale. L’analisi presentata in questo documento si basa soprattutto su esperienze vissute direttamente nella Rivoluzione palestinese, sia come scrittrice che come attivista politica, ed è stata scritta tenendo sempre presente sullo sfondo la continua lotta contro l’occupazione militare e civile da parte di Israele e il fragile processo di pace che ha avuto inizio a Madrid nel 1991.Pur in presenza dell’attuale situazione politica e delle enormi difficoltà che si sono presentate fin dalla Conferenza sul Medio Oriente, ci si augura che questo scritto possa fornire una qualche luce sull’importante contributo dato dalle donne Palestinesi, e in particolare dalle scrittrici Palestinesi, mediante la resistenza all’oppressione e con la loro determinazione, per assicurare i diritti fondamentali e la libertà culturale.L’espansione e l’influenza dell’imperialismo attraverso il Mondo Arabo hanno assorbito la preoccupata attenzione dei popoli del Medio Oriente, che hanno fatto resistenza a questa influenza attraverso la lotta per le libertà fondamentali. Tutto questo ha orientato il cammino verso le rivoluzioni nazionali in Egitto, in Algeria, in Palestina. A loro volta, questi paesi hanno dato testimonianza della loro indipendenza nazionale, annunciando drammatici cambiamenti di natura politica, sociale e militare.La storia moderna della Palestina è una storia di oppressione, esilio, perdita di territori e di quotidiane aggressioni all’identità personale, alla dignità culturale del popolo Palestinese. Comunque, bisogna registrare il sacrificio e la fiera resistenza degli uomini, a fronteggiare le palesi ed opprimenti disuguaglianze. Ai sacrifici bisogna associare la determinazione per conquistare la sovranità sul suolo della nostra nazione. In questa lotta le scrittrici hanno giocato un ruolo preminente e supremo.D’altro canto, bisogna porsi la domanda, di come possa lo scrittore rimanere indifferente, distaccato, confinato negli interessi personali, durante il tempo della guerra, dell’occupazione e di negazione dell’identità culturale e delle libertà letterarie. Lo scrittore, in particolare quello che vive sotto Occupazione, fornisce l’indirizzo a concetti senza tempo, come il significato di libertà, di uguaglianza e del valore essenziale dell’identità culturale. Questi sono gli argomenti che storicamente hanno destato preoccupazione nello scrittore, e allora la domanda immediata che viene posta è cosa comportano questi principi e questi concetti per i Palestinesi e le scrittrici Palestinesi.La scrittrice Palestinese è in grado di scrivere sulle libertà politiche e sociali, dato che vive e lavora conoscendo la libertà solo per la sua assenza?Le donne Palestinesi, siano scrittrici o diversamente, hanno un’identità culturale indipendente e distinta, e questa questione può essere riferita a tutte le donne Palestinesi?

La Catastrofe

Le conseguenze della guerra Arabo-Israeliana del 1948, (la Catastrofe) hanno comportato la distruzione delle infrastrutture sociali, politiche ed economiche della società Palestinese. La guerra ha prodotto un numero gigantesco di profughi; più di 480 villaggi Palestinesi sono stati distrutti, e il 75% della popolazione è stata costretta a rifugiarsi nei paesi Arabi confinanti. Migliaia hanno perso il diritto di cittadinanza e sono stati espropriati dei loro beni e la partecipazione crescente delle donne alla vita pubblica è stata drasticamente limitata. (1)In seguito alla sconfitta Araba nella guerra del 1967, i territori conosciuti come Trans-Giordania (la West Bank, e Gaza) sono caduti sotto Occupazione militare di Israele, e le difficoltà che le donne Palestinesi hanno dovuto sperimentare si sono esacerbate per la presenza dell’esercito Israeliano, che ha limitato tutti gli aspetti della vita comunitaria.La Storia della letteratura moderna Palestinese è una cronistoria di questi eventi e una riflessione delle lotte di liberazione, sia individuali che nazionali. La voce delle scrittrici e poetesse Palestinesi è stata ascoltata per prima nel mondo Arabo, nell’ultima parte del secolo diciannovesimo, con la comparsa di lavori letterari su problematiche femminili. Queste scrittrici concentravano i loro personali interessi sulla condizione delle donne, sui principi sociali e sulla natura della loro società patriarcale.Nel mio libro, “Arab Causes in the Fiction of Ghaddah Al-Samman”, ho introdotto gli scritti delle donne Arabe e i loro tentativi per i cambiamenti sociali e legislativi in favore delle donne, senza formulare alcuna scuola di pensiero. (2)
La posizione della donna Palestinese e quella delle scrittrici Palestinesi è speciale ed unica, e fin dall’inizio ha costituito veramente la parte integrante della più condivisa lotta di liberazione nazionale e rivoluzionaria.Durante gli ultimi anni Quaranta, e fino a tutti gli anni Cinquanta del secolo scorso, sono comparse nel mondo Arabo molte scrittrici. La Catastrofe del 1948 ha prodotto un pesante impatto su tutti gli aspetti della vita nazionale e culturale, raccogliendo sulla sua scia la lotta delle donne e fornendo così materiale fresco ad una nuova generazione di scrittrici, quindi agevolando la loro partecipazione allo sviluppo del movimento letterario femminile.Dopo il 1948, la letteratura resistenziale, con tutto quello che viene significato con questo termine, si è presentata come una sfida alle politiche espansionistiche di Israele. (3) Ed oggi questa letteratura colma i cuori e le coscienze del popolo con la bellezza e la sensibilità delle sue immagini, con la sua enfasi sugli alti valori morali e con la sua affermazione delle libertà inalienabili. Questo incoraggia la virtù e ancor più il sacrificio, ed una lotta più intensa contro la perpetua oppressione.Le caratteristiche della Rivoluzione sono essenzialmente palestinesi in carattere, arabe le sue fondamenta, ed è internazionale nelle sue implicazioni. Altrettanto l’Intifada, iniziata nel 1987, continua a fornire il trampolino di lancio di energie creative. La cultura Palestinese è un veicolo di umana generosità e il contributo degli scrittori e degli artisti Palestinesi è parte delle sue fonti, indifferentemente dai luoghi di nascita degli autori.Gli scrittori in esilio non hanno divorziato dalla cultura Araba, ma sono profondamente integrati in essa.La Poesia della Resistenza sgorga dallo stesso affluente letterario, pur individuando tra gli stessi scrittori Palestinesi differenze dovute alla loro età e condizione e alla separazione geografica.Lo scrittore Palestinese ha sempre cercato di rafforzare ed anche di provocare la capacità di recupero dei Palestinesi, per progettare un futuro segnato dalla speranza.Negli anni Cinquanta, gli scrittori e i poeti Palestinesi hanno partecipato a quello che io ho definito come lo scenario del combattimento e che Cooley sviluppa nella sua teoria concernente i colonizzati. [N.d.tr.: Charles Horton Cooley (1864-1929) sociologo americano. Il suo pensiero si è svolto intorno ad un tema principale: la visione organica della società, in cui non vi è antitesi fra individuo e ordine sociale, ma piuttosto un processo di integrazione.] Questo periodo riflette il ruolo rivoluzionario giocato dai poeti, che forniscono al loro popolo una nuova interpretazione della Rivoluzione, annullando così i tentativi dell’azione primaria dell’imperialismo, che è quella di contraffare le culture indigene. Il mezzo della poesia garantisce il miglior accesso e una più vigorosa abitudine alla riflessione su questa epoca.La poesia Palestinese è la prova più evidente della determinazione dei Palestinesi e sfocia nella Resistenza contro le forze dell’imperialismo e contro l’Occupazione. (4) Questo concetto viene riaffermato dagli scritti di Fanon, nella sua analisi sulla reazione da parte dell’occupato contro l’autorità del colonizzatore. (5) [N.d.tr.: Frantz Fanon (1925-1961) psichiatra, scrittore ed uomo politico della Martinica. Teorico della liberazione del terzo mondo e pensatore politico, è stato un precursore dello studio della soggettività politica delle masse e dei singoli nelle situazioni oggettive di lotta. Nel campo della psichiatria, è arrivato alla conclusione che nessuna prevenzione o terapia del disagio psichico può avere senso in una situazione di oppressione coloniale, che induce necessariamente la spersonalizzazione dell’individuo.]È necessario ricordare che l’Occupazione israeliana ha negato agli scrittori in Palestina la libertà letteraria, tutti i lavori vengono pesantemente censurati e molti scrittori sono stati incarcerati.Il movimento letterario femminile ha reagito con estrema passionalità contro l’Occupazione militare Israeliana. Fra le scrittrici affermate nel periodo degli anni Cinquanta bisogna citare Fadwa Tuqan, Salma Jayussi, e Samira Azzam.Durante gli anni Sessanta e Settanta le scrittrici Palestinesi hanno continuato a difendere la libertà e l’indipendenza del popolo della Palestina. Salma Jayyusi, nella sua opera “La letteratura moderna Palestinese” (1992), ha scritto: “Non esistono vie di fuga. Per lo scrittore, contemplare un orientamento completamente separato dalla vita politica è un mascherare la realtà, un negare l’esperienza: assorbire se stessi troppo a lungo nell’esperienza normale quotidiana è tradire la propria vita, e il proprio popolo.” ( 6)
Azzam è una scrittrice di novelle, che parlano di libertà per le donne, in un richiamo di libertà per l’intera società. Le sue eroine assumono un ruolo nella Rivoluzione e nella lotta di Resistenza. Nelle sue opere, come “Piccole cose” e “La festa dalla finestra ad occidente”, Azzam descrive la condizione femminile e le tragedie che sono successe alla nazione Palestinese. (7)Nella novella “Il Palestinese”, dalla sua raccolta “L’orologio e l’uomo” (1962), la scrittrice accentua il concetto bi-dimensionale di identità: l’operare professionale e l’astrazione intangibile si combinano a formare l’identità del Palestinese. Questo senso di sé è inestricabilmente radicato nella terra che è stata sottratta con la violenza. Quando Azzam descrive il Palestinese nelle sue storie, naturalmente sta scrivendo di uomini e donne che si trovano in situazioni differenti, in Palestina e nella Diaspora. Pur tuttavia, i temi comuni sono quelli della perdita, della lotta e dell’amore per la Patria, espressi da Fadwa Tuqan in questa sua poesia, “Mi basta”:

“Mi basta morire sulla sua terra

essere sepolta in essa

sciogliermi e svanire nel suo suolo

e poi germogliare come un fiore

colto con tenerezza da un bimbo del mio paese.

Mi basta rimanere

nell’abbraccio del mio paese

per stargli vicino, stretta, come una manciata

di polvere

ramoscello di prato

un fiore (8)

Nei suoi primi lavori, “Sola con il giorno” (1952); “Questo ho trovato” (1958); “Dacci amore” (1960) e “Davanti alla porta chiusa” (1967), descrive le sue aspirazioni come donna. Nelle sue ultime opere, che comprendono anche la sua autobiografia “Un viaggio montagnoso - Un viaggio difficile” (1985), Tuqan descrive i particolari della sua vita personale e sociale, tratta di questioni politiche e sulla Palestina, quindi colloca i suoi scritti in una prospettiva più larga.Nel 1990, Tuqan ha ricevuto una medaglia d’onore da parte del Presidente Yasser Arafat, durante una settimana della Cultura Palestinese tenutasi al Cairo, così vedendosi riconosciuto il suo contributo alla Rivoluzione.

Scrittrice, traduttrice ed editrice a Baghdad della Rivista del Centro Studi Palestinesi, Sulafa Hijjawi, nata a Nablus (1934), ha vissuto la maggior parte della sua vita a Baghdad e si è sposata con un poeta Iracheno, Kazim Jawad. Ha pubblicato una raccolta di poesie palestinesi, tradotte in inglese, dal titolo “Poetry of Resistance in Occupied Palesatine – Poesia di Resistenza nella Palestina occupata” (1969). Hijjawi è anche artefice di molti articoli di natura politica in vari giornali politici del Mondo Arabo, e costituisce un ulteriore esempio di scrittrice che con costanza afferma l’identità culturale, l’esistenza Palestinese. Nel 1977 ha pubblicato la sua collezione di poemi in prosa, “Canti dalla Palestina”. Nel suo poema “La sua immagine”, Hijjawi scrive:

“Oh vento! Quando tu sfiori le ferite nel suo corpo

e ti allontani ai quattro angoli

non svegliare i bambini dal loro sonno

o non raccontare alle stelle sospese

la sua immagine ancora è appesa alla parete,

calda e splendente

mentre loro lo hanno appeso

sulla strada del massacro. (9)

Sahar Khalifeh, nata nel 1941, una scrittrice di romanzi Palestinese, è ben nota per le sue prese di posizione in favore della condizione femminile. Attraverso le sue opere esprime la sua profonda convinzione che la consapevolezza femminile è parte integrante della consapevolezza politica.Fra i suoi romanzi vengono annoverati “Non siamo più le vostre giovani schiave” (1958), “Roveti selvaggi” (1967), e “Memorie di una donna non realistica”. In quest’ultimo libro descrive le sue reazioni agli aspetti della sua vita personale e le difficoltà nel suo matrimonio. (10) "Allora, sono arrivata alla conclusione che ero ad un tempo realistica e non realistica. Realistica, in quanto io sapevo che il divorzio non avrebbe procurato alcuna soluzione, e non realistica, in quanto il pensiero di tutto questo mi tormentava, notte e giorno, nei miei sogni e nelle mie preghiere. Realistica, in quanto conservavo la mia casa linda in modo da non fornirgli alla fine l’ultima scusa per agire contro di me, e non realistica, in quanto rimanevo fedele, e in solitudine. Ma, in effetti, non mi sono mai trovata sola. Ho sempre avuto il mio gatto, Anbar, il lavello, i piatti, il coltello da cucina, il filo per stendere i panni.” (10)

Liana Badr, nata a Gerusalemme nel 1950, scrive romanzi e ha pubblicato diversi lavori, fra i quali “La meridiana” (1979); “Storie di amore e di inseguimenti” (1983); “Io desidero il giorno” (1985); e “Un balcone verso Al Farkihani” (1983). Quest’ultimo lavoro descrive l’invasione del Libano da parte di Israele e il tristemente famoso massacro di Al Zaater del 1976, in cui furono massacrati 15.000 Palestinesi. Badr è stata la responsabile per i servizi culturali della rivista Al-Hurriyya e ha intrapreso un lavoro collettivo nell’Unione Donne Palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila in Libano.Nel suo racconto breve “E allora”, Badr evoca l’esperienza di una donna: “La sposa del martire giaceva sul suo letto, completamente sfinita, squassata da accessi di pianto così intensi che le portavano via tutte le forze. “Come?” urlava. “Perché?”. Di ora in ora la debolezza si impadroniva di lei; e le donne sarebbero andate da lei, recando acqua di colonia, per massaggiarla, per accarezzarle le tempie e il volto agitato. Il nero è il segno della sposa del martire, e l’oscurità si alzava da ogni parte, attraverso il parlare confuso delle donne che invocavano la calma e la pazienza. Il suo convulso improvviso per i singhiozzi infrangeva la calma silenziosa, e loro le si raccoglievano intorno, cercando di lenirne il dolore. Pazienza! Ma nella morte, vi è qualcosa per essere pazienti?” (11)

La Rivoluzione, in seguito alla Conferenza del 1964 del Consiglio Nazionale Palestinese e la creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, gli scrittori e i giornalisti Palestinesi hanno costituito un’Unione Generale, e le donne hanno fondato l’Unione Generale delle Donne Palestinesi. Il 1° gennaio 1965, è scoppiata la Rivoluzione palestinese, che ha offerto una visione concettuale e militare, e un percorso attraverso la trincea della Rivoluzione verso la Liberazione nazionale. La fine della guerra del 1967 ha prodotto l’Occupazione Israeliana e la spoliazione dei Palestinesi, con la perdita della Palestina storica. Purtuttavia, è proprio in questo periodo che i semi della Resistenza vengono gettati. Durante l’intera storia del movimento letterario Palestinese, sempre vi è stata una sinergia fra uomini e donne, indotta dalla causa politica comune e dall’interesse per lo sviluppo della letteratura Palestinese. Fra gli scrittori ricordiamo Abu Salma (1911-1984), Abd Al Rahim Mahmoud (1913-1948), Ibrahim Tuqan (1905-1941), Mahmoud Darwish, Tawfiq Zayyad, Samih Al-Qassem, e Ghassan Kanafani, per nominarne solo alcuni. Scrivendo del suo accostarsi alla situazione e alla causa Palestinese, Kanafani ha scritto: "All’inizio, io scrivevo della Palestina come indipendente e separata, sui bambini Palestinesi, sul Palestinese come essere umano, e sulle speranze e aspirazioni dei Palestinesi separati dal resto del mondo, e sull’esistenza di una realtà puramente Palestinese. Più tardi mi divenne evidente che la Palestina costituiva un simbolo chiaro e coerente, e quando scrivevo della miseria e dell’infelicità dell’esistenza Palestinese, effettivamente ero arrivato a configurare la Palestina come un simbolo della sofferenza universale.” (12) In molti dei lavori di Kanafani, alla donna è assegnato uno status elevato sia nella realtà che come simbolo, come in Al Arus (La sposa, 1965) dalla sua raccolta “Alam Laysa Lana” (Un mondo non per noi) (13); e in An Al Rijal Wa’al Banadiq (Su uomini ed armi, 1968) e in Um Sa’ad (La madre di Sa’ad). (14) Um Sa’ad, lasciata dal figlio che è andato a raggiungere la Resistenza, rappresenta la Patria, la Terra che ha dato i natali alla Resistenza. Lei è l’assoluta coscienza che si muove in sfere differenti, esamina con attenzione e capisce le problematiche complesse e trova le opportune soluzioni. Così Um Sa’ad si esprime sul suo concetto di prigione: “Noi stiamo vivendo solamente in una prigione, il campo, il giornale, la radio, tutto è una prigione, l’autobus, la strada, gli ultimi vent’anni sono una prigione.” (15) Kanafani ha assegnato alla donna Palestinese un ruolo rivoluzionario: la donna alimenta e porta “la fiaccola”. Um Sa’ad rappresenta all’oggi l’essenza della Resistenza Palestinese. La letteratura Palestinese è stata illuminata dai concetti e dall’ideologia di resistenza, e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, come istituzione politica, ha esercitato una rilevante influenza sugli scrittori. L’esplosione dell’Intifada Palestinese del dicembre 1987 ha rappresentato un’estensione della Rivoluzione Palestinese del 1965, una reazione agli oltraggi e un rigetto dell’occupazione militare Israeliana. L’Intifada ha incoraggiato ed animato gli scrittori Palestinesi, ma anche quelli del mondo arabo, stimolandone ed ispirandone il linguaggio, a dipingere questa rinnovata Resistenza che è dilagata con impeto attraverso la comunità Palestinese.A tutto il mondo è stato reso evidente che i Palestinesi non erano più oltre disponibili a subire passivamente gli orrendi abusi nei confronti dei loro diritti umani, la negazione della loro libertà e dignità. Precisamente l’Intifada può essere configurata come una coraggiosa azione nazionale di grande coraggio, di grande determinazione e martirio. Alcuni scrittori Palestinesi hanno effettivamente profetizzato l’avvento dell’Intifada, e hanno continuato a prevedere gli accadimenti attraverso le loro opere, come espresso nelle parole di Tuqan nella strofa di chiusura da Il Diluvio e l’Albero:

Quando l’Albero si innalza, i rami

saranno in pieno rigoglio verde e fresco nel sole

l’allegria dell’Albero saranno le fronde

sotto il sole

e gli uccelli ritorneranno

senza ombra di dubbio, gli uccelli ritorneranno.

Gli uccelli dovranno ritornare. (16)

I temi degli scrittori Palestinesi, uomini e donne, hanno in comune lo spirito e l’ideologia della Resistenza, ed una determinazione a proteggere l’essenza della loro cultura, come nel poema di Hijjawi, “Sentenza di Morte”:

Di notte, vengono dati gli ordini ai soldati

di distruggere il nostro amato villaggio, Zeita.

Zeita! Ricamo dei nostri alberi,

di tulipani in fiore, scintilla dei venti!…

ora nella sera

nel canto del vento

Zeita si leva, e brucia il suo picco scarlatto

sulle pianure

ma di giorno

Zeita ritorna ai campi

Come fanno i tulipani. (17)

Questi poeti erano imbevuti e nutriti dalla Rivoluzione e dall’Intifada e dalla lotta in pieno sviluppo per la libertà. Attualmente, il numero delle scrittrici Palestinesi è sempre crescente, e il loro scritti appaiono di frequente sulla stampa, così come sulle raccolte relative all’Intifada pubblicate dall’Unione degli Scrittori Palestinesi e da altre istituzioni.Sebbene l’identificazione di uno scrittore come donna sia generalmente possibile leggendo fra le righe, questo non giustifica la classificazione di “letteratura femminile”. A mio modesto avviso, l’antologia di composizioni poetiche di cui sono autrice, “Io ho scelto il pericolo”, e il mio lavoro in prosa, “Io scrivo con il mio sangue”, sono esempi di tale letteratura resistenziale, con i suoi temi di abbandono, sacrificio e speranza imperitura.

Perché dovrò scrivere,

per chi produrre parole in armonia,

fino alla morte:

per quale ragione camminerò,

porterò i miei passi attraverso l’universo?

A chi racconterò

la storia del nostro perduto amore,

e la preparerò come un guanciale,

come un paradiso di sogni,

ed imprimerò parole dorate

sulla tua fronte splendente? (18)

Questi lavori non vengono considerati come letteratura femminile, ma come opere di natura politica. Il concetto di letteratura femminile è oggetto di controversie continue, aperto a definizioni positive e negative. Il lavoro degli scrittori e la loro partecipazione alla Rivoluzione ha prodotto una voce potente, che ha ricevuto un forte contributo illuminante dalle donne scrittrici palestinesi, che hanno dipinto l’immagine della donna simboleggiante la Palestina, come la madre e l’amato. Il poeta Abu Salma, nella sua raccolta, “Dalla Palestina, la mia penna”, ha scritto

Più lotto per te, più ti amo

Quale paese, se non questa terra di muschio e ambra?

Quali orizzonti, se non questo che solo definisce il mio mondo? (19)

In questo componimento poetico ed in altri, Salma offre immagini affascinanti della donna e della Palestina, come fa Marmoud Darwish nella sua affermazione di esistenza della Palestina e del suo popolo.

Lei è - Palestinese nei suoi occhi e nel tatuaggio

Palestinese nel suo nome

Palestinese nei suoi sogni e nell’affanno

Palestinese nella sua sciarpa, nei suoi piedi, nel suo corpo

Palestinese nella sua voce.

Palestinese in nascita e in morte. (20)

Davanti ad un Medio Oriente politicamente in mutazione e in presenza dell’occupazione del Sud del Libano da parte di Israele, si sono determinate ripercussioni internazionali, e questo è servito anche a rendere più profondo e più intenso il movimento letterario delle donne Palestinesi. Questo ha ispirato scrittrici come Ghadah al-Samman e Hanan al-Sheik, le cui opere sono da considerarsi come un contributo prominente all’esistenza della parte essenziale della letteratura resistenziale, in relazione alle problematiche sia delle aspirazioni nazionali che delle libertà dell’uomo come individuo. Ghadah al-Samman, una scrittrice prolifica, ha nel suo catalogo molti romanzi brevi e novelle. Nella sua novella “Porti antichi”, ha espresso i suoi punti di vista sulla disfatta Araba del 1967 e la Rivoluzione Palestinese. I suoi ultimi romanzi “Beirut 75” e “Incubi di Beirut” delineano Al Samman come scrittrice di vasti interessi. (21) Da tutto questo che abbiamo passato in rassegna, possiamo ricavare che molte scrittrici hanno giocato un ruolo continuo ed estremamente significativo nella lotta rivoluzionaria attraverso il loro coinvolgimento letterario e decisamente politico. Comunque, rimangono delle differenze, che, mentre lo scrittore attraverso i suoi lavori va alla ricerca della giustizia assoluta, il politico ricerca la giustizia possibile. I politici condividono la causa comune con gli scrittori, che nel difendere le libertà e la dignità culturale degli scrittori palestinesi stanno difendendo le libertà di tutti gli scrittori, dovunque possano trovarsi. La letteratura resistenziale palestinese ha confermato che i tentativi di Israele per cancellare “il mondo” e l’identità culturale e la dignità del popolo palestinese sono falliti. Questo “mondo” non può essere messo in catene, e le scrittrici palestinesi a fianco dei loro partners maschili continueranno a tenere alta la fiaccola e a portarla sempre avanti.
Le donne palestinesi attiviste sono state una parte delle avanguardie del cambiamento, un ruolo che continua a tutt’oggi. Hanno invocato l’unità nazionale e le donne sono da annoverarsi fra i martiri e gli imprigionati; inoltre sono state fra i leaders che si sono distinti nella rappresentanza Palestinese a Madrid e nei negoziati di pace che si sono succeduti. Hanno giocato un ruolo a tutto campo nei cambiamenti politici e culturali; il 15% della rappresentanza palestinese nel governo in esilio è stata assegnata a delle donne. Attualmente, molte donne occupano posti in Ministeri importanti nel Consiglio Legislativo e nel Governo, appoggiate da numerose organizzazioni non-governative, che esercitano pressioni per l’uguaglianza dei diritti delle donne. Uomini e donne partecipano sullo stesso piano alla lotta contro l’occupazione Israeliana, usando tutti i mezzi possibili. Le elezioni politiche Palestinesi del 20 gennaio 1996 hanno aperto un capitolo importante nella storia del popolo palestinese. Le donne hanno costituito più del 50% degli aventi diritto al voto, e 28 donne sono state nominate nelle elezioni primarie. Sua Eccellenza, il Presidente Arafat ha incoraggiato le donne Palestinesi a sostenere il loro ruolo nella costruzione dello Stato Palestinese. Il numero delle donne nel Consiglio Legislativo non è così alto come si potrebbe desiderare, ma stiamo lavorando duramente per cambiare questa situazione. (22) In conclusione, questi sono tempi importanti per la storia e rimane molto da fare. La Palestina fa parte del mondo Arabo ed è vincolata alle comunità del Mediterraneo e globale, dalle quali riceve appoggio, e di cui noi abbiamo grande necessità. In questa lotta distruttiva ed intensa, tutte le nostre preoccupazioni sono rivolte alla salvaguardia della poca Terra palestinese che ci è rimasta, dopo le ulteriori confische da parte del governo israeliano, a proteggere le nostre case dalle demolizioni, a conservare i nostri percorsi educativi, a preservare la nostra originale identità culturale palestinese. La nostra Resistenza non cesserà mai, fino a che i Palestinesi non acquisiranno l’indipendenza e la sovranità del loro paese, con Gerusalemme come nostra capitale.Per mia stessa esperienza e dalle mie osservazioni, in questa lotta non esiste alcuna separazione di identità culturale per le donne, che hanno assunto consapevolezza che l’identità e la dignità sono di interesse per l’intera società. In letteratura, io non riesco a cogliere le differenze tra uomini e donne, visto che la letteratura esprime se stessa attraverso qualità, principi ed immaginazione, che non vengono definiti per genere. Se si desidera inquadrare un’identità culturale, questo, di regola, implica una scuola di pensiero, consuetudini e tradizioni. Se consideriamo il movimento femminista, noi troveremo molte tendenze, e comunque non esiste femminismo che pone le donne sotto un unico ombrello. Le donne sono parte integrale del processo di creazione di una società aperta e democratica e partecipano ai forums, mettendo in piena luce l’esigenza e la richiesta per uguali diritti costituzionali. È da sottolineare che ora la Palestina non è uno Stato sovrano e i palestinesi, come pure gli scrittori, subiscono molte restrizioni, e sbrigative e unilaterali chiusure dell’intera West Bank e della Striscia di Gaza, che ci vengono imposte da Israele. Durante l’Occupazione, non siamo stati in grado di far conoscere all’esterno la nostra letteratura, e abbiamo sperimentato pesanti censure e l’isolamento dal resto del mondo.Ancor oggi, gli scrittori palestinesi non possono entrare in Gerusalemme e non possono viaggiare liberamente, a causa delle restrizioni di Israele sulla libertà di movimento dei palestinesi.La Sezione Palestinese dell’Associazione Mondiale degli Scrittori lavora con l’UNESCO e con altre istituzioni per incoraggiare la pubblicazione della letteratura Palestinese e della letteratura femminile. La Sezione ha l’obiettivo di costruire relazioni di conoscenze culturali e di stima con la Comunità mondiale. Noi ci battiamo per proteggere la nostra identità culturale e la nostra integrità, che sono sotto costante minaccia a causa delle politiche e delle pratiche dei governi israeliani che si sono succeduti nel tempo. Come scrittori, ci possiamo aiutare vicendevolmente. In ogni paese, dove vengono esercitate costrizioni sulle donne, le Istituzioni Culturali e di divulgazione dovrebbero porre una speciale attenzione ai lavori delle donne scrittrici, e si dovrebbe fornire loro ogni incoraggiamento. Abbiamo necessità di dedicare loro più intense attenzioni e sforzi per quanto riguarda le modalità di comprensione, gli uni con gli altri, e i modi con i quali noi possiamo collaborare assieme.Per resistere in modo adeguato,demolendo immagini stereotipe ed acquisire una più larga consapevolezza, abbiamo bisogno di incrementare le visite per scambi culturali fra i nostri rispettivi paesi e i nostri scrittori. Abbiamo bisogno di capire direttamente la realtà specifica di ognuno di noi, senza la mediazione interposta di qualcuno, incoraggiati dalla convinzione che la letteratura ci riunisce tutti in un unico insieme, in una sola realtà.

Note

(1) Per maggiori dettagli vedi Abdu Nahala: Family, Women and Social Change in the Middle East,

The Palestinian Case – Famiglia, donne, e cambiamenti sociali in Medio Oriente, Il caso Palestinese, Toronto; Canadian Scholar’s press, 1987; Vedi anche Encyclopedia Palestina, Special Studies, Vol. V. III & IV, Beirut: Encyclopedia Palestina Corporation, 1990.

(2) Awwad Hanan, “Arab Causes in the Fiction of Ghaddah Al-Samman”. Sherbrooke, Edition al Naaman, 1983.

(3) Per maggiori dettagli riguardanti la definizione di letteratura resistenziale vedi Muhammad Dakrub, al Adab al Jadid wa al Thawrah, Kitabat Naqdiyah (Modern Literature and the Revolution, Crital Essays – La letteratura moderna e la Rivoluzione, saggi critici). Beirut: Daral-Farabi. Vedi anche Hussein Muruwwah, al Mawqif al Thawri fi al Adab al Ibda’i (Prese di posizione rivoluzionarie nella letteratura creativa). Beirut: pp.5-13.

(4) Elia Zurick, “The Palestinians in Israel: A Study in Internal Colonialism – I Palestinesi in Israele: Uno studio sul colonialismo interno”. London: Routledge e Kejan Paul, 1979, p.183.

(5) Ibd. p.185.

(6) Jayyusi Salma al Khadra. “Anthology of Modern Palestinian Literature” New York. Columbia University press, 1992, pp.1-77.

(7) Azzam Samira. Ashya’ Saghirah (Small Things). Beirut: Dar al-‘Ilm Li’ Al-Malayin, 1954.

al-Thill Al Kabir (The Big Shadow). Beirut: Dar al Sharq al Jadid, 1956.

wa Qisas Ukhra (Other Stories). Beirut: Dar al-‘Ilm Li’ al-Malayin, 1960.

al Sa’ah wa al Insan (The Watch & the Man). Beirut: al Mu’assasah al Ahliyah

li al-Tiba’ah wa al Nashr.

(8) Jayyusi, Salma. Antologia, p.314.

(9) Ibid, p.168.

(10) Ibid, p. 596.

(11) Ibid, p.415.

(12) Vedi l’intervista, Ghassan Kanafani, Shu’un Filistiniyah, n.35 (luglio, 1974). Vedi anche Ghassan Kanafani, Insanan wa Adiban wa Munadilan, p.138; Faruq Wadi, Thalath’ Alamat fi al-Riwayah al Filistiniyah . Beirut: al Mu’assasah al-Arabiyah li al-Dirasat was al Nashr, 1981, p.44.

(13) Il tema di questa storia viene considerato dai Palestinesi come veramente significativo, in quanto dipinge la gloria della Rivoluzione. Prima edizione, 29 gennaio 1965, in Al Muharrir.

(14) Ghassan Kanafani, al-Athar al Kamilah, Vol.2, Beirut, Dar al Taliah, 1973, p.611.

(15) Per maggiori dettagli della storia di Um Sa’ad, vedi Faruq Wadi, Thalath’ Alamat, p.47, 53, 54, 65.

(16) Jayyusi, Salma. Antologia, p. 315.

(17) Ibid, p. 168.

(18) Awwad, Hanan. “I Have Elected Peril-Ho scelto il pericolo”, Unione degli Scrittori di Gerusalemme, 188, pp. 79-80.

(19) Jayyusi, Salma. Antologia, p.97.

(20) Mahmoud Darwish, Ashiq min Filistine, Nazereth: Matba’at al Hakim. 1966, p.8.

(21) Per maggiori particolari riguardanti l’analisi sui lavori di al Samman, vedi Awwad, “Arab causes in the Fiction of Ghadah al Samman”.

(22) Centro per le Donne di Gerusalemme. Documentazione sulle elezioni in Palestina attraverso una prospettiva femminista. Gerusalemme. 1996, p.13. Vedi anche la Dichiarazione di Indipendenza Palestinese, 1988.

Hanan A. Awwad
Novembre 2006

Scelto e tradotto da CURZIO BETTIO

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 04:03 | link | commenti
categorie: palestina, letteratura, resistenza

Dal viaggio allegorico al viaggio simbolico: la Parigi di Walter Benjamin e il villaggio globale di Internet

Che significato può assumere il viaggio che si esperisce in Internet attraverso le informazioni che contiene? Ed esiste una correlazione tra la figura del flaneur su cui riflette Walter Benjamin nei suoi scritti e il navigatore in Internet?Credo che come in tutte le navigazioni, il viaggio sia una avventura straordinaria. Un evento di straordinario rilievo e che consente straordinarie potenzialità. Ma come in ogni navigazione e in ogni viaggio, è necessario considerare che, nonostante tutto, alcune rotte tracciate esistono e che muoversi in assoluta libertà è una pura chimera. Muoversi in assoluta libertà corrisponde a quella deriva che è essenzialmente una condizione che si richiama al post-moderno, sulla quale non a caso insisto molto. Ogni navigazione ha una rotta e ogni navigazione ha bisogno di questa rotta, ogni Flaneur ha un suo percorso. Credere da questo punto di vista che il percorso sia assolutamente senza condizioni, significa seguire le rotte che altri hanno tracciato e che, magari nascoste subdolamente latenti, esistono in questa mappa che la navigazione consente. Ritengo che da questo punto di vista il problema dell'uso di queste nuove strumentazioni tecnologiche e il problema della navigazione in Internet, sia un problema legato alla consapevolezza, ad una consapevolezza estrema, della rotta che si intende seguire esattamente in rapporto alle rotte che sono state tracciate e che in Internet, nonostante le apparenze, evidentemente ci sono e sono tanto più forti e tanto più costrittive quanto più sono lasciate occultate. Se vogliamo richiamarci proprio alla problematica del Flaneur, per esempio in Benjamin, il viaggiatore, quello straordinario Flaneur che era Baudelaire, finiva sostanzialmente per tracciare una sua rotta. La sua rotta era esattamente la necessità di incontrare sistematicamente l'elemento d'urto, lo choc. Il Flaneur andava incontro allo choc. Per esempio acquisendo non soltanto una presa di vista sopra la dimensione dell'emarginazione, dello sfruttamento, ma assumendo al tempo medesimo la coscienza delle mutazioni avvenute nel contesto della città di cui era viaggiatore, acquisendo la consapevolezza che quella città, emblema della società in cui Benjamin si muoveva, era una città che cominciava a presentarsi sotto forma di mercato, il che comportava anche dal suo punto di vista la necessità di ripensarsi come soggetto in rapporto a questa mutata dimensione. Da questo punto di vista, allora, la navigazione in Internet a me pare che debba necessariamente rispondere ad un progetto. Ad un progetto che ovviamente dovrebbe essere commisurato, confrontato dialetticamente con i tanti progetti che dentro questo 'mare magnum' di Internet sono contenuti. Credo altresì che questa progettualità sia per ogni soggetto operante una autentica scommessa. Se posso fare un altro riferimento metaforico, Internet potrebbe assomigliare ad una sorta di straordinaria biblioteca, ad esempio quella di Babele, e che però evidentemente ha al suo interno dei sistemi di catalogazione, ha dei sistemi di classificazione dei suoi libri. Ha evidentemente anche una serie di percorsi che sono peraltro orientati anche dalla visibilità che un libro in questa biblioteca ha rispetto agli altri e più degli altri. Colui che entra in questa biblioteca, ha la necessità, o meglio deve avere la necessità di attrezzarsi e di entrare sapendo che non è semplicemente un gioco quello che così comincia, il gioco della navigazione. E' invece un processo, ed è un processo di acquisizione, è un processo di consapevolezza, che come tale deve essere usato fino in fondo con estrema consapevolezza. E da questo punto di vista naturalmente, tutto il sistema tecnologico con il quale noi facciamo i conti oggi rappresenta la posta di una scommessa formidabile che tutti ci riguarda. Ad esso si associano inevitabilmente le possibilità di crescita civile e democratica che naturalmente un uso particolare, un uso di consapevolezza, un uso teso all'acquisizione di coscienza critica di Internet eventualmente può consentire.

A proposito del frammento è possibile un accostamento fra la frammentarietà della costruzione del sapere attraverso Internet e l'idea che Benjamin elabora della riutilizzazione del frammento? Se possibile, in quali termini?Se si parte da Benjamin la sua straordinaria intenzione è esattamente quella di prendere contatto con una realtà che comincia ad essere frammentata, che comincia a qualificarsi nel segno della complessità e di una straordinaria complessità, per affrontarla sul suo proprio terreno e per ridurla ad un senso possibile nel quale evidentemente è annidata la possibilità di un cambiamento, di una trasformazione radicale. La scelta dei frammenti da parte di Benjamin e il montaggio dei frammenti nella sua opera è una scelta consapevole, fortemente deliberata, ed è al tempo medesimo un montaggio fortemente tendenzioso. E' un montaggio che dovrebbe rispondere a questo obiettivo di redenzione, e sia pure obiettivo visto nella sua portata utopica, visto nella sua lontananza. Nel caso di Benjamin il viaggio attraverso i frammenti è il viaggio di chi detiene un progetto e di chi questo progetto tenta di portarlo evidentemente a compimento. Non è un caso che a proposito della citazione, che è una forma di riuso dei frammenti, Benjamin parlasse di un doppio livello di operazione che riguardava la lingua, la lingua intesa come elemento nel quale si deposita il patrimonio storico ideologico di una comunità. La dimensione della salvezza e della punizione al tempo medesimo. Punizione come smascheramento dei buchi neri, dei salti, delle discontinuità, dell'orrore della storia. E, al tempo medesimo, salvezza come possibilità di riqualificare, di risignificare questi elementi, questi frammenti in funzione di un orizzonte mutato, di un orizzonte di trasformazione. È evidente che, da questo punto di vista, ritengo che la lezione benjaminiana sia una lezione la cui validità deve essere conservata. Così come il lavoro strenuo che Benjamin compie sui frammenti, è un lavoro che potrebbe naturalmente essere preso come modello per un confronto dialettico anche per chi lavori su quei frammenti di cui è costituita la complessità di Internet. Ciò che va evitato, in sintesi, è l'atteggiamento di chi ritiene che il viaggio in Internet sia un viaggio, per così dire, gratuito. Uso il termine gratuito in una accezione lata, nel senso che è un viaggio che si compie per il puro piacere di compierlo e senza che ciò comporti nessun tipo di investimento di sé in quel viaggio. Credo che invece, poiché questo investimento di sé nel viaggio esiste e poiché il viaggio non può ritenersi gratuito, il modo di utilizzare i vari frammenti che il sistema Internet ci mette a disposizione deve essere un modo la cui consapevolezza, il cui orientamento, quantomeno debbono essere noti. Occorre, inizialmente, un progetto al quale riferirsi che si tramuti in una strategia più o meno definita, ma che sia una strategia di movimento. La possibilità di poter navigare tranquillamente senza nessun tipo di compromissione di sé dentro questa navigazione di Internet, a me pare che debba essere fondamentalmente liquidata come una dimensione e una occasione fortemente rischiosa, perché nel momento stesso in cui il navigare e cioè l'esperienza dei frammenti del sapere, si facesse secondo un criterio che non risponde a nessun principio, a nessuna legge precostituita, si correrebbe il rischio di essere trasportati, di essere agiti, di essere mossi, proprio nello stesso tempo in cui si crede di muoversi in modo totalmente libero. E si finirebbe poi per perdere la quota di complessità e la quota di contraddizione presente oltre che nei vari frammenti del sapere, nel momento stesso in cui entrano in rapporto tra loro. Si opererebbe in questo caso, occultando proprio tutte quelle dimensioni differenti, diverse, portatrici di contraddizione che sono, invece a mio avviso, degli elementi assolutamente necessari perché il viaggio della conoscenza abbia un senso e risulti produttivo. E risulti produttivo esattamente nel senso del cambiamento, nel senso della non acquiescenza alla realtà data, che mi pare poi il vero oggetto che qualunque buon viaggiatore dovrebbe cercare.

A proposito di una nuova idea di città. Chi ha pensato al nuovo ha pensato anche a una nuova idea di città; pensiamo, ad esempio, ai progetti dei futuristi. Ciò vale anche per la città virtuale?Se viene riproposta la metafora della città come luogo in un caso probabilmente consolatorio e nell'altro invece come groviglio di esperienze scioccanti, qual è l'elemento comune, se c'è un elemento comune?La dimensione dello spazio da abitare, è questione cruciale, peraltro legata naturalmente alla definizione della identità individuale e collettiva. Credo allora che la metafora della città sia giocoforza una metafora molto forte e molto viva, perché è in qualche modo un confronto con la casa della propria identità, con lo spazio della propria identità. La presenza di questa metafora nelle opere letterarie e anche in queste pseudo-utopie legate ai nuovi sistemi tecnologici, mi pare che dia conferma esattamente di questa crucialità del tema. Ho anche l'impressione che questo tema vada anche riferito ad una crescente difficoltà che si incontra e che si scontra in questo contesto storico politico, di definizione, di razionalizzazione dello spazio abitato. Non è un caso che, analizzando le teorie dell'architettura e dell'urbanistica, è andato gradualmente diminuendo l'interesse intorno al tema della ricerca urbanistica, della definizione di criteri urbanistici. È evidente un sistema di deregulation, non a caso legato alla stessa cultura del post moderno, che elabora una teoria della città senza regole dove il criterio dell'allineamento e della confusione, confusione di stili, di spazi, di esperienze, finisce per essere poi essenzialmente funzionale a questa presunta liberalizzazione dello spazio collettivo. A questo spazio collettivo che ha ovviamente una presenza e un significato molto importante fanno da contraltare alcune utopie riversate in rete come ad esempio il tentativo di sostituire a questo spazio reale sempre meno controllato e organizzato e sempre meno rispondente a criteri forti che corrispondano anche a una visione forte del senso della vita e dei rapporti sociali, di un progetto che vale in qualche modo davvero come compensazione e come sostituzione. Uno spazio virtuale in assenza di uno spazio reale, uno spazio virtuale in cui ci sia spazio evidentemente per alcuni criteri di organizzazione, per il principio del piacere, per la possibilità di intervento e anche dunque di presa di possesso di questo spazio, contro invece uno spazio nel quale proprio l'alienazione a me pare essere la regola, non soltanto sempre più affermata ma anche sempre più teorizzata almeno dalle teorie che si riferiscono alla definizione dei nostri spazi abitativi oggi dominanti. Leggo dunque in queste utopie una volontà effettivamente di compensazione, e al tempo medesimo anche una volontà di rimozione dell'esistente. Leggo in queste utopie la voglia di sostituire praticamente, quasi in una dimensione onirica, una dimensione di sogno ad una dimensione reale, una dimensione di gioco ad una dimensione reale, il principio del piacere al principio della realtà; tutto questo in un ottica che annulla un progetto di analisi, di confronto, di contrasto, di contraddizioni politico culturali forti. Mi pare allora che la città, proprio per tutte queste ragioni e in primo luogo per questo tentativo di sublimazione che c'è alla sua base, e sublimazione proprio in termine psicoanalitico, finisca per caratterizzarsi come una sorta di spazio simbolico nel quale tutte le contraddizioni che invece sono patenti e forti nello spazio reale che abitiamo finiscono compensate e rimosse. A questa idea di città virtuale si possono contrapporre altre immagini di città nelle quali essa diventa una sorta di libro di lettura delle contraddizioni storiche, dei diversi strati che compongono la sua struttura, delle diverse dialettiche sociali e delle potenzialità di cambiamento che la città contiene. Rispetto alla lettura simbolica che si fa nella città virtuale, l'idea di città reale, quella ad esempio restituita dall'attraversamento, dalla flanèrie di Benjamin, rimandi effettivamente ad una città che consente di leggere, di interpretare, di prendere coscienza, di prefigurare un modello anche potenzialmente alternativo. In quest'ottica torna il discorso relativo all'utopia e alle utopie costruite dentro lo spazio letterario di alcuni autori. Si accennava poc'anzi al lavoro letterario di Volponi che dà la misura delle differenziazioni teoriche che esistono nel campo semantico dell'utopia. Esistono delle elaborazioni utopiche che possiedono una quota totalizzante, persino totalitaria, maggiore di altre; ci sono delle utopie che si pongono dalla parte del sogno, della mitizzazione e ci sono delle utopie che si pongono dalla parte della coscienza, della critica. Ci sono delle utopie che si danno tali e quali come sogni, più o meno collettivi che da questo punto di vista finiscono per collocarsi in uno spazio assolutamente separato e ci sono invece delle utopie che diventano, nel momento stesso in cui sono poste, oggetto di verifica, oggetto di critica dell'utopia. La vera dimensione utopica è quella che profila l'utopia ma che non si nasconde: la condizione storica in cui l'utopia viene pronunciata. E dunque non sottrae l'utopia alla critica. Utopia e critica dell'utopia sono dimensioni assolutamente convergenti. Questa idea di utopia era l'elemento di raccordo esistente tra l'universo letterario di Volponi e l'orizzonte della tecnica, dei sistemi produttivi, dei sistemi tecnologici di produzione: una presenza di una critica dell'utopia che accompagna sistematicamente le utopie volponiane e che da questo punto di vista finisce per essere naturalmente quella dimensione assolutamente fertile per cui l'utopia diventa intrinsecamente produttiva.

Marcello Carlino è nato nel 1949. Ricercatore presso il Dipartimento di Italianistica e Spettacolo dell'Università "La Sapienza" di Roma, si occupa di Letteratura italiana moderna e contemporanea ed attualmente insegna, in particolare, Teoria della letteratura. Nella sua formazione, e nella costruzione del suo metodo critico, hanno avuto speciale rilievo le posizioni teoriche di Galvano della Volpe e quelle di Walter Benjamin, alle quali ha dedicato alcuni studi comparsi su riviste o in libri collettivi.Da della Volpe ha desunto la nozione di polisenso, come astrazione determinata, strumento e funzione propria della specificità e della politicità del testo letterario; da Benjamin la nozione di allegoria, che ha tentato di rileggere in rapporto alla contemporaneità (contrastando in ciò ogni banalizzazione postmoderna) e di rinvenire come orientamento di una scrittura alternativa (così in una Letteratura italiana del primo Novecento (1900-1915), scritto in collaborazione con F. Muzzioli).Della Volpe e Benjamin sono, per altro, alla base della ipotesi di scrittura materialistica, che egli ha elaborato con il collettivo di "Quaderni di critica" (quella con il collettivo è stata ed è una parte fondamentale del suo lavoro) e che è il perno dei materiali di ricerca e di intervento sulla letteratura prodotti da quel gruppo: dal libro sulla neoavanguardia a quello su Gadda, dal libro sulle teorie letterarie della Scuola di Fancoforte a quelli su Volponi e Cacciatore.La benjaminiana politicizzazione dell'arte è la chiave che egli ha usato per percorrere a più riprese la storia del futurismo, della neoavanguardia, delle avanguardie di terza ondata; e l'avanguardia, con lo sperimentalismo, configura il fronte di letteratura da lui più battuto: il dadaismo, il surrealismo, le forme di utopia nelle avanguardie storiche, l'avanguardia e la comunicazione, ma anche Gozzano, Palazzeschi, Campana, Rebora, Gadda, Savinio e Landolfi sono gli oggetti che egli ha trattato in saggi più o meno lunghi e in libri. E l'ultimo suo libro, appena pubblicato, è Landolfi e il fantastico, Lithos, Roma, 1998

Ed eccoci qui anche noi nel magico(?) mondo di internet e dei blog. Un blog che ha l'aspirazione ad essere un "non-blog", un "non-sito"...addirittura un luogo di comunicazione non virtuale ma reale! Un blog che non parlerà di calcio,di sesso,di pornografia,di scoop e gossip...ma di CULTURA! Eh si...proprio questo...avete letto bene(siete dunque in tempo a scappare a gambe levate e comprarvi immediatamente la nuova edizione di Novella 2000 con il suo numero monografico su Fabrizio Corona). Cultura che cercherà di non essere pedante ma anche non dilettantesca;interessante ma non semplicistica; divertente ma anche di approfondimento. Cercheremo,insomma,di fare qualcosa di "Inattuale": occuparci di tutto ciò che fa bene alla nostra anima ma non alle nostre tasche. Ci occuperemo d teatro,di critica letteraria,di filosofia,di letteratura,di politica in maniera totalmente e radicalmente "di parte" in una Società che,a parole,dice sempre di essere imparziale. D'altronde lo stesso Baudelaire(non vogliamo associarci a lui per carità)che "una critica per essere veramente tale dev'essere di parte"? Pubblicheremo saggi,nostre riflessioni,consigli,e tante altre cose. Anche se,ovviamente,ci auguriamo una collaborazione attiva di quei quattro che leggeranno questo blog.

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 03:53 | link | commenti
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