mercoledì, 23 aprile 2008

Tormento esistenziale e politico nell’ultimo film di Montaldo

 

di Giovanni Giacobelli

L’ultima gemma della filmografia di Giuliano Montaldo “I Demoni di S. Pietroburgo” è un film storico - letterario che omaggia la libertà del pensiero. Montaldo è uno di quei maestri del cinema  che ha conosciuto gli ultimi respiri del fascismo, l'occupazione, la Resistenza, il dopoguerra: un regista che ha vissuto il neorealismo e l’impegno postbellico. Il film  oscilla tra la biografia e diverse situazioni espresse dai romanzi di Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij.  La trama si snoda nella S.Pietroburgo del 1860, alla ricerca di risposte sul vero senso della libertà: tra un gesto nichilista, come quello del giovane gruppo di terroristi che credono di cambiare il mondo sterminando la famiglia dello zar  e le dichiarazioni sulla libertà di pensiero e nell'impegno politico che condussero lo stesso Dostojevskij alla deportazione in Siberia. All’indagine di Montaldo partecipa un cast molto equilibrato: Miki Manojlovic (Dostojevskij) e Roberto Herlitzka (il gendarme zarista),su cui verte il dialogo filosofico per cui il terrorismo non è altro che l’altra faccia di un regime basato sul terrore, consci che un regime del genere non potrà durare per sempre (il grande orologio che è alle loro spalle simboleggia il tempo che incalza). L’universo femminile è molto efficace nel film: primo fra tutti  l’amore e la devozione di Anna (Carolina Crescentini) per l’uomo Dostojevskij, contrapposto all’amore per le idee di libertà della giovane terrorista Aleksandra (Anita Caprioli), per cui gli scritti di Dostojevskij sono stati fonte di ispirazione.
All’incalzante e riconoscibile colonna sonora del maestro Morricone si gode della fotografia impeccabile di Arnaldo Catinari, capace di far vibrare emozioni tra luce e oscurità.
Il tormento esistenziale di Dostojevskij, letterato che non vuole essere né servo dell’egemonia, né di quel potere sanguinario e distruttivo di chi combatte l’egemonia con gli attentati terroristici, è lo stesso tormento dell’umanità di oggi, quell’umanità a cui il regista vuole cercare di dare delle risposte. Credo sia per questo che con eleganza e sensibilità, Montaldo gira la scena finale del suo film: gli uomini deportati in Siberia (fra cui il giovane Dostojevskij), uomini di provenienza sociale e idee diverse, assassini e intellettuali, lasciano volare via l’aquila che hanno curato. Ed è il volo dell’aquila il vero insegnamento di libertà… libertà che pone in comunione tutti gli uomini e cancella le distanze fra loro.

postato da: Lukacsiano1975 alle ore 22:56 | link | commenti
categorie: cinema, novità, critica cinematografica