martedì, 13 maggio 2008

Tratto da: http://www.assosefira.eu/alda_marini.html

 

 

 

INCONTRO CON LA POETESSA ALDA MERINI

«Nonostante umiliazioni e privazioni, in manicomio ero felice e ringraziavo Dio»
«La malattia mentale è una malattia fisica, è dolorosa. L’elettrochoc? Tremendo»

«Sbaglia chi esalta il mito dell’artista maledetto.  In quei lager c’era gente disperata»
«Il poeta scrive per guadagnarsi la solitudine; è duro portare la croce della gloria»
«I poeti di oggi? Bravi sì, ma invidiosi. Se li leggessi mi scorderei come si scrive»

Un pomeriggio nella casa-regno della più grande poetessa italiana, per parlare di poesia e fede, per ricordare la sua esperienza in manicomio, per ritornare con la memoria ai tre anni trascorsi da lei a Taranto, terra bellissima di cui sente ancora nostalgia

di Antonio Prudenzano

Alda Merini abita in un posto speciale. No, non lo si può chiamare casa. Troppo riduttiva come definizione, o viceversa esagerata, a seconda della sensibilità di ognuno. È il suo regno, ed è da questo trono che governa le sue amate solitudini. È un caos organizzato di odori, flash dal passato, urla di dolore, improvvisi entusiasmi per l’inatteso sopraggiungere di un’intuizione poetica, sogni, amici che la vengono a trovare, rompiscatole (così li chiama lei) in cerca della sua considerazione, pseudoeditori pronti a succhiarle un aforisma a effetto o qualche verso “dettato” da pubblicare e su cui speculare e guadagnarci senza che lei lo sappia. No, queste quattro piccole stanze non sono una casa. Sono piuttosto tutta la propria vita per una donna a suo modo straordinaria. Sono la poesia fattasi architettura. Sono un libro aperto. La culla e la tomba accogliente della più grande poetessa italiana vivente. Un non-luogo dove il tempo non esiste. Una corazza impenetrabile per i rumori notturni dei giovani che popolano i Navigli. Un bazar dove si può trovare di tutto, e dove ogni tipo di oggetto è presente in quantità sproporzionata (e senza una giustificazione razionale) rispetto alle ristrette dimensioni dell’ambiente. Una discarica di ricordi, quadri, libri, foto, scritte sulle pareti, grovigli olfattivi ormai inscindibili, cose di uso quotidiano, opere d’arte. Totale assenza di nuove tecnologie, se si esclude un vecchio televisore. Il tutto disposto nel più completo disordine, in realtà forse l’unico ordine possibile per la carismatica mamma-regina di questo castello scavato nel tempo. Quattro stanze che sono il guscio-corazza di una donna che il 21 marzo, giorno d’inizio della primavera, compie 77 anni e che, dopo aver sperimentato l’inferno del manicomio, è tornata alla vita e si è vista candidare due volte al Nobel per la letteratura.  Ma adesso un passo indietro: sono le tre di un pomeriggio milanese soleggiato. Suono al citofono. Risponde la domestica (mandata dal Comune in seguito alle polemiche del 2004 sulle difficoltà fisiche ed economiche in cui si trovava la poetessa). Sulla porta d’ingresso, al secondo piano di un vecchio edificio che si affaccia sul Naviglio, c’è una scritta, ma l’emozione non mi permette di decifrarla. È aperto. Ed è come varcare la porta verso un’altra dimensione, come in certi film o cartoni animati di fantascienza. La domestica fa le pulizie. Sarà per colpa del miscuglio di odori “stupefacenti" che mi annebbiano i sensi, ma non è facile abituarmi immediatamente all’ambiente che ho davanti. Per qualche lunghissimo istante mi sento spaesato e faccio fatica a tenere il controllo del mio corpo. Lei è in “salotto”. Vi sembrerà impossibile, vi farà ridere, ma Alda Merini sta guardando “Uomini e donne” condotto da Maria De Filippi. Sì, il talk show più amato dalle casalinghe italiane, quello con i tronisti corteggiati dalle aspiranti veline. Attonito, le stringo la mano. Come in un quadro surrealista, come in un’immagine tipicamente postmoderna: il sacro e il profano insieme, l’accostamento degli opposti, l’arte e la televisione, la Poesia e l’anti-Poesia che si incontrano.

Buonasera signora Merini. E lei, senza neppure lasciarmi finire: «Ma cosa volete tutti da me? Non riesco più a starmene in pace, questa casa è diventata un manicomio». Una spietata autoironia che ti spaventa, ti fa restare muto, ti far venir voglia di scappare. Ma ormai ci sono, devo resistere. Sta’ tranquillo, penso tra me, vuole solo mettermi alla prova dall’alto della fama di donna indomabile che si è costruita negli anni. Le sorrido. Mi siedo.«Allora, per quale motivo è venuto a casa mia? Non sarà mica anche lei qui per chiedermi “perché scrivo”!?». Vorrei dirle naturalmente di no, ma la donna di rosso vestita che ho davanti non mi dà il tempo di rispondere (per tutta l’ora che le resterò seduto di fronte continuerà a fumare una serie infinita di sigarette a cui ha precedentemente provveduto a spezzare con indifferente decisione il filtro). «Scrivo per stare sola, non lo capisce?». Dopo lo sfogo iniziale, Alda Merini si tranquillizza, e io con lei. Si fa seria, pronta ad aprirsi: «Il poeta scrive per guadagnarsi la solitudine. Nella solitudine ritrova i suoi pensieri, l’amore per il prossimo e per se stesso. E soprattutto si riprende la Poesia. Per un poeta è essenziale essere solo». questa casa è un continuo via vai. Quando trova il tempo per restare sola e per scrivere? «Non scrivo più, sono vecchia ormai». Subito dopo però si corregge. «Ieri ho scritto una poesia sulla Sindone, pur non avendola mai vista dal vivo. Ho usato la fantasia. Mi sono lasciata trasportare dalle sensazioni. La poesia è una grazia ricevuta, un dono di Dio. Non dia retta a chi esalta il mito inventato del poeta maledetto. Pensi a San Francesco, di cui di recente ho scritto. Era un uomo gioioso, in pace con la vita e con Dio. Ed era un grandissimo poeta». Quella della Merini è una fede sincera e inattaccabile. «Neanche in manicomio ho smarrito l’amore per il Signore». E qui la poetessa comincia un intenso, irresistibile, commovente e spiazzante flusso di coscienza sui terribili anni passati in quei “lager”, come li definisce lei stessa: «Non ci davano da bere, da mangiare, né vestiti per coprirci, e ci lasciavano al gelo e allo sbando. Eppure ogni sera noi “matti” ringraziavamo Dio con la preghiera. E non ci lamentavamo mai nonostante le privazioni e le atrocità subite». A questo punto, la poetessa dice con assurda naturalezza una cosa che mi sconvolge: «In realtà in manicomio ero felice».Un sospiro, qualche attimo di silenzio, poi continua: «Lì dentro non ho mai avuto un giorno di disperazione, semmai mi è capitato quando sono “rientrata” nel mondo». Sentirla ricordare quel tempo della sua vita mette i brividi: «In manicomio, però, vivevo a contatto anche con dei pazzi pericolosi. Avevo paura. Non va dimenticato che la malattia mentale è soprattutto una malattia fisica, dolorosa. Altro che il genio della follia. L’elettrochoc fu un’esperienza tremenda. Mi faceva tremare dalla testa ai piedi. Ma mi ha creato forti vuoti di memoria, facendomi dimenticare tanti di quei soprusi. Se penso però a quel gruppo di psichiatri che oggi vorrebbero reintrodurne l’utilizzo… La violenza dell’uomo sull’uomo può essere tremenda».Alda Merini parla di quel periodo senza nascondere nulla, si potrebbe quasi dire che lo ricordi con serenità, forte della consapevolezza che non possa mai più ritornare. «Quella poca fama che ho come poetessa non mi è stata certo regalata. Me la sono conquistata dopo tanta sofferenza. In verità, più che la celebrità mi sono conquistata la vita, che è la cosa più importante. Sì, lo ammetto, mi fa piacere che il pubblico apprezzi quello che scrivo, mi dà appagamento, ma per me la croce della gloria è pesante da portare, specialmente quando si è toccato il massimo del riconoscimento poetico. Diventa un supplizio. Cominciano a invadere la tua vita, perdi il piacere della solitudine». Quindi non è vero che ci tiene tanto a vincere il Premio Nobel, dopo che pochi anni fa ci è andata molto vicina. «Ma per carità, sono vecchia. Non vede che non mi reggo più in piedi? Come potrei viaggiare? E poi, a che serve la gloria? Preferisco l’amata solitudine di questa casa, che non potrei mai più abbandonare».
Inutile provare a distoglierla dal ricordo dell’esperienza del manicomio, magari inducendola a parlare del premio dei premi per chiunque scriva; è lei che volontariamente ci ritorna: «C’è chi esce dal manicomio incattivito e disperato, e chi, come me, ne viene fuori felice, grazie alla poesia e al desiderio di libertà. Ma soprattutto non vedevo l’ora di dedicarmi finalmente alle mie figlie». Le cinque creature a cui ha dato la vita sono sempre nel suo cuore, e quando parla di loro i suoi occhi ormai anziani diventano lucidi. Alda Merini è ed è stata una mamma che ha dato tutto per le sue bambine. Purtroppo, i pregiudizi culturali e l’ignoranza hanno reso difficile la sua esperienza di madre. Ma è giusto che questa storia dolorosa resti solo sua. Ormai non la sento più ostile. Anzi la trovo disponibile ed equilibrata. Mi vergogno dei pregiudizi con cui io stesso ero venuto a bussare alla sua porta. Non è una donna lunatica. E non è affatto un personaggio costruito, una maschera “maledetta”. «Sa perché sono entrata in manicomio? Perché la persona che amavo più di me stessa, mio marito, mi ha tradito, facendomi passare per demente. Hanno creduto a lui e non a me perché era più forte, era quello che portava i soldi a casa. Si è disfatto di me. Però a volte penso che se non avessi provato sulla mia pelle l’esperienza tremenda del tradimento, e quindi quella del “lager”, dopo non avrei scritto gran parte delle mie poesie più belle. Dopo tutto, volendo usare una metafora religiosa, se non ci fosse stato Giuda non avremmo avuto il Cristianesimo. Con gli anni ho capito che quel “mezzo” terribile (il tradimento, n.d.r.), che ha sfasciato una famiglia, e che poteva distruggere la mia anima per sempre, è stato una linfa vitale per la mia poesia. Non avrei mai potuto scrivere la mia raccolta più bella, “La terra santa”. Ho odiato mio marito per il male che mi ha fatto. Uscita dal manicomio non ho raccontato nulla di ciò che mi era capitato né a lui né ad altri. Poi, dopo cinque anni, mi sono messa a scrivere “L’altra verità. Diario di una diversa”, che nessuno voleva pubblicare, visto che per la prima volta raccontavo gli orrori che subivamo noi matti. Avevo messo il dito nella piaga. Lui, il mio primo marito, era in fin di vita. Io, nonostante tutto, l’ho curato fino all’ultimo. Quando ha letto quelle pagine, piangendo mi ha chiesto di perdonarlo, non poteva credere che io fossi stata vittima, insieme a tanti altri, di tali soprusi».
Mi accorgo della sua stanchezza e capisco che la nostra conversazione sta per terminare. Allora le chiedo di Taranto, dove lei ha vissuto tre anni, dall’ ’83 all’86,  con il secondo marito, un ufficiale. «Al di là dei problemi che ebbi con i suoi figli, ho un ricordo bellissimo di quel periodo e di quella terra meravigliosa. La gente ci voleva bene. Io e mio marito eravamo due benefattori, aiutammo molti poveri. Ho nostalgia del Sud, di quei paesaggi».
All’inizio ha detto che oggi scrive molto meno. È così anche per la lettura? Cosa ne pensa dei poeti italiani contemporanei? Perché tendono a escluderla? «Da ragazza leggevo tantissimo, oggi faccio più fatica, la vista mi sta abbandonando. E poi perché dovrei leggere i poeti di oggi!? Forse per disimparare a scrivere? Il poeta geniale nasce una volta ogni tanto, mentre questi si credono tutti dei grandi. Gli italiani? Sì, la Valduga, Cucchi, Neri, tutti molto bravi, ma non li frequento, appartengono a un’altra generazione. Io ho avuto un maestro come Quasimodo. E poi sono invidiosi del mio successo».
Visto che ormai il clima si è alleggerito, cerco di provocarla. Ma lo sa che lei è la poetessa italiana con più editori? Perché detta poesie e aforismi, anche per telefono, al primo che capita? Lo sa che molti di questi, senza magari dirle niente, poi pubblicano tutto e guadagnano sulla sua pelle? «Ma io lo faccio solo per togliermeli davanti, altrimenti non saprei come fare». E con la sua consueta pungente ironia aggiunge, lei sì maestra di provocazioni: «Questi strani personaggi che vengono a chiedermi le poesie si credono i miei ispiratori, e vorrebbero essere miei amanti. A proposito, lo sa che sono la poetessa con più amanti della storia? Altro che editori che speculano sul mio nome…», e ride di gusto.
Che ne pensa dei tantissimi italiani che pagano migliaia di euro per vedere il proprio cognome sulla copertina di un libro? E di quegli editori che approfittano di tali ingenui sogni di gloria per arricchirsi? «Quelli non sono editori, ma stampatori. Io la chiamo “la società editoriale a delinquere”. Comunque oggi tutti scrivono e vogliono pubblicare. Vanni Scheiwiller, lui sì un vero editore, che per primo mi ha pubblicato e che è stato l’unico ad avere il coraggio di dare alle stampe “Il Diario”, spesso mi diceva: “Ma perché tutta questa gente che non lo sa fare vuole scrivere!?».

È tardi. Alda Merini è stanca ma serena. Altro che donna intrattabile. Mi accompagna alla porta, non prima di avermi fatto fare il giro della “casa”. Mi appare come una nonna dolce e comprensiva. E infatti in camera da letto mi mostra le foto dei suoi nipotini. Ormai queste stanze aulenti di fascino e poesia non mi sconvolgono più. Forse dopo solo un’ora sono già anestetizzato dal “profumo” indimenticabile che emana la sua vita? Mi chiede di tornarla a trovare. Le dico subito che lo farò senz’altro, ma in realtà non ne sono sicuro. Incontrarla è un’esperienza totale, capace di scuoterti dentro. Scendo le scale. Esco fuori. Le giornate si stanno allungando: c’è ancora il sole in cielo. Ragazzi e turisti popolano i Navigli. Qui tutti corrono. Tutti comprano. Tutti non si guardano. Non scherza affatto la Merini quando dice che oggi è nelle strade di città il vero manicomio. E come lei, improvvisamente, pure io ho nostalgia dei paesaggi della mia terra, del Sud.






postato da: Lukacsiano1975 alle ore 02:22 | link | commenti
categorie: poesia, letteratura, interviste, alda merini
venerdì, 02 maggio 2008

Paul Eluard:"La Poesia non è sacra"

« [...] ci sono parole che fanno vivere, una di queste è la parola compagni. »

Intervista a cura di Franco Fortini(1/5/1946)

Esiste per la sua poesia un'unica lettura? O più letture a diverse altezze?

Aragon ha scritto recentemente un articolo sul mio ultimo libro di versi("Poésie ininterrompue")affermando che bisogna leggermi come si legge il giornale. D'altronde,già nel '41,Paulhan ebbe a dire,in una sua prefazione,che bisogna credermi sulla parola,che i miei versi recano "notizie dal mondo". Una lettura,dunque,immediata e diretta. La poesia non è sacra.

Pensa dunque,secondo una delle fondamentali affermazioni del Surrealismo,che sia possibile un linguaggio unico per tutte le espressioni? Il lavoro del poeta si giova di una tecnica speciale o no? E lo scopo di una rivoluzione liberatrice è quello di una sintesi degli irrazionali individuali o invece una differenziazione delle tecniche?

Si,un linguaggio unico è possibile. La poesia non è eterna. O meglio,il concetto di poesia sparirà il giorno nel quale la capacità poetica di ogni uomo sarà liberata. Non vi saranno più poeti là dove tutti lo siano. Non esistono,per me,tecniche poetiche né assoluti poetici. E non credo nemmeno ad una differenziazione profonda delle tecniche: un legame costante lega gli uomini di tempi e condizioni dissimili. Naturalmente questa immediatezza della poesia implica una oscurità che la filologia è incaricata di chiarire:ma ogni vera poesia resiste alla indagine. Rimbaud,che è e rimane per noi il poeta della identità poesia-vita(non rifiutiamo di considerarci in questo senso gli eredi del Romanticismo),è spesso assai più oscuro di quanto non abbiano supposto i suoi commentatori. Il vocativo "O saisons! o chateaux! Quelle ame est sans défauts?" aveva per noi un senso evocativo fino al momento nel quale ci si è accorti che quella poesia era stata scritta da Rimbaud in Belgio,fra una bevuta e l'altra di certa birra nuova che si chiama "biére de saison" e ce ha la marca "du chateau"...E quale forza drammatica fosse celata in quella "cage de la petite veuve" a cui alludeva misteriosamente Rimbaud in una sua lirica datata da Bruxelles lo si è saputo solo quando si è compreso che egli voleva indicare,nella prigione belga,la cella dove Verlaine era stato chiuso dopo i due tristi colpi di rivoltella. Anche Rimbaud può essere letto ocme il giornale,a condizione che si sappia che cosa significa. Nulla è quindi più lontano dalla mia concezione della poesia di quella che ne ha avuta una certa tradizione fino alla poetica di Valéry. L'assenza di una tecnica apparente non significa che la poesia non nasca in me da una lenta meditazione,parola dopo parola. La poesia è fatta con il mio sonno,con i miei risvegli,con la mia stanchezza; è fatta con la gioia,con la tristezza,con mille cose. Sono tutti questi elementi che concorrono a formare l'intelligenza e la ragione. In questo senso la parola Surrealismo dev'essere intesa come un vero realismo,quello cioè che più profondamente s'accorge delle differenze e delle particolarità; che più vede,sente,intende. In questo senso la scoperta continua della realtà è il compito rivoluzionario della poesia. Naturalmente gli uomini,siano essi i signori feudali di un tempo o i padroni borghesi,vogliono che si dia loro quel che essi comprendono e che accarezza la loro pigrizia. Sono,naturalmente,contro il progresso. Noialtri poeti dobbiamo tuttavia cercare di agire sulla mentalità degli altri uomini e persuaderli della gioia e dotarli di vista:"Le temps viendra où l'intelligence entière s'éveillera" scrisse Rimbaud.

E anche questo è quello che gli storici chiamano Romanticismo. Credo molto importante da parte sua questo riaffermare alcune tesi surrealiste di fronte alla tendenza,oggi in Italia,di involgere sveltamente quelle tesi in un generico processo all'irrazionalismo, in nome di un razionalismo assai poco dialettico.

E infatti la frase di Rimbaud si può avvicinare alla parola di Novalis:"Lo spirito sommuove solo qua e là...Quando sommuoverà interamente? Quando l'umanità comincerà a prendere coscienza in massa?". Questo valore rivoluzionario della poesia era ben compreso dai collaborazionisti; come da Drieu La Rochelle,per esempio,che denunciava la nostra poesia di quel tempo come "consue de fil rouge". Anche in questo senso la poesia è azione. Lenin ha scritto che con intelligenza e buona volontà rivoluzionaria si può scrivere una poesia sociale. Con una "libera" intelligenza l'uomo può scrivere delle poesie. Ispirare significa far comprendere. Già ebbi a scrivere che un ispirato è un ispiratore. Non scrivo dunque per chi mi capisce, ma per chi non mi capisce.

Che può dire allora degli equivoci interpretativi cui ha dato luogo la cosiddetta "Poesia della Resistenza"?

Il poeta è sempre un "resistente",egli è colui che resiste a quel che non vuole fare,sia che il padre gli voglia imporre un mestiere o la Classe dirigente un contenuto a lui estraneo. Beninteso,il poeta non fa quel che vuole,ma quello che può. E' determinato da tutte le circostanze. Ma è al tempo stesso,appunto per questo,l'uomo più libero e l'uomo meno libero. E veramente non esiste poesia che non sia di circostanza. In questo senso non c'è differenza fra la mia opera poetica precedente a quella della "resistenza" e quest'ultima.

Un rapporto diretto?

Si. Ancora una volta,Rimbaud:"Le temps d'un langage universal viendra".

Si potrà quindi parlare di Arte Popolare?

Non esiste Arte Popolare nel mondo borghese. E non può esistere finchè esista una Classe di padroni. La poesia,è vero,precede. Ma questo non vuol dire che si debba negare la tristezza,la tragedia e la melanconia ai poeti. L'attitudine amara e disperata del poeta ha origine dal fatto che gli uomini non lo seguono nel suo sforzo verso una realtà migliore. Egli ha tristemente coscienza di parlare per troppo pochi uomini,e giunge fino a compiacersi della propria disperazione. Allora egli è solo l'immagine sublime della miseria del suo tempo; e,se è vero che bisogna essere riconoscenti a quelli che,come Victor Hugo o Whitman,sanno resistere allo scoraggiamento,non bisogna rifiutare coloro che cantano la loro nostalgia,e sono soltanto i più leali fedeli della sofferenza e dell'utopia. Quelle che compaiono nelle loro opere sono verità cupe,è vero; ma sono verità. La disperazione dei poeti era dovuta alla impossibilità di realizzare la loro opera,di farsi intendere da tutti,di trovare un eco nel cuore degli uomini loro simili. Sapevano che la poesia si farà carne e sangue solo quando sarà reciproca. Essi sapevano(e perciò ci paiono dei rivoluzionari) che questa reciprocità è assolutamente relativa alla eguaglianza della felicità materiale fra gli uomini. E l'uguaglianza nella felicità porterà questa ad un livello così alto che noi possiamo averne ora solo imperfette nozioni. Ma sappiamo anche che quella felicità non è impossibile.

Il momento della poesia è dunque quello della rivolta?

La rivolta sta alla Rivoluzione come il sentimento iniziale sta a quella "raison ardente" di cui parlò Apollinaire,che è la sola ragion ragionante e insieme la sola poesia. Il sentimento(come la rivolta) è un primo momento,assurdo e sublime. Bisogna ripeterlo a quanti,oggi,parlano di rivolta. Il sentimento da solo non si fa carne:e la poesia è rivoluzione,non rivolta; è logica. Essa ha per scopo la verità pratica. Per questo io difendo il diritto dei poeti a contraddirsi. Non si parli qui di diritto all'errore. Il solo errore valido è quello che avviene in presenza e in coscienza della verità. Per questo il diritto della contraddizione è necessario all'esercizio della logica dialettica. Io mi sforzo di "significare": una poesia nella quale si può mettere la parola "tavola" al posto della parola "sedia"(come avviene in molta poesia d'oggi) non è poesia.

Questo insistere sulla "raison ardente" mi conduce a domandarle se crede che il sentimento del Sacro - indipendentemente da ogni formulazione teologica - sia una insopprimibile componente dell'uomo.

Sia chiaro che la parola Dio,per me,non ha senso. Mi rimane incomprensibile quando la leggo nei nostri classici. Ma certo qualcosa di simile a quello che si usa chiamare il sentimento del Sacro è nella vita; nell'amore,ad esempio,nella natura. Non vorrei si dimenticasse che io provengo da un mondo e da una civiltà piena di "buon senso". Si potrebbe meglio dire al plurale: di "buoni sensi".