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« [...] ci sono parole che fanno vivere, una di queste è la parola compagni. »
Intervista a cura di Franco Fortini(1/5/1946)
Esiste per la sua poesia un'unica lettura? O più letture a diverse altezze?
Aragon ha scritto recentemente un articolo sul mio ultimo libro di versi("Poésie ininterrompue")affermando che bisogna leggermi come si legge il giornale. D'altronde,già nel '41,Paulhan ebbe a dire,in una sua prefazione,che bisogna credermi sulla parola,che i miei versi recano "notizie dal mondo". Una lettura,dunque,immediata e diretta. La poesia non è sacra.
Pensa dunque,secondo una delle fondamentali affermazioni del Surrealismo,che sia possibile un linguaggio unico per tutte le espressioni? Il lavoro del poeta si giova di una tecnica speciale o no? E lo scopo di una rivoluzione liberatrice è quello di una sintesi degli irrazionali individuali o invece una differenziazione delle tecniche?
Si,un linguaggio unico è possibile. La poesia non è eterna. O meglio,il concetto di poesia sparirà il giorno nel quale la capacità poetica di ogni uomo sarà liberata. Non vi saranno più poeti là dove tutti lo siano. Non esistono,per me,tecniche poetiche né assoluti poetici. E non credo nemmeno ad una differenziazione profonda delle tecniche: un legame costante lega gli uomini di tempi e condizioni dissimili. Naturalmente questa immediatezza della poesia implica una oscurità che la filologia è incaricata di chiarire:ma ogni vera poesia resiste alla indagine. Rimbaud,che è e rimane per noi il poeta della identità poesia-vita(non rifiutiamo di considerarci in questo senso gli eredi del Romanticismo),è spesso assai più oscuro di quanto non abbiano supposto i suoi commentatori. Il vocativo "O saisons! o chateaux! Quelle ame est sans défauts?" aveva per noi un senso evocativo fino al momento nel quale ci si è accorti che quella poesia era stata scritta da Rimbaud in Belgio,fra una bevuta e l'altra di certa birra nuova che si chiama "biére de saison" e ce ha la marca "du chateau"...E quale forza drammatica fosse celata in quella "cage de la petite veuve" a cui alludeva misteriosamente Rimbaud in una sua lirica datata da Bruxelles lo si è saputo solo quando si è compreso che egli voleva indicare,nella prigione belga,la cella dove Verlaine era stato chiuso dopo i due tristi colpi di rivoltella. Anche Rimbaud può essere letto ocme il giornale,a condizione che si sappia che cosa significa. Nulla è quindi più lontano dalla mia concezione della poesia di quella che ne ha avuta una certa tradizione fino alla poetica di Valéry. L'assenza di una tecnica apparente non significa che la poesia non nasca in me da una lenta meditazione,parola dopo parola. La poesia è fatta con il mio sonno,con i miei risvegli,con la mia stanchezza; è fatta con la gioia,con la tristezza,con mille cose. Sono tutti questi elementi che concorrono a formare l'intelligenza e la ragione. In questo senso la parola Surrealismo dev'essere intesa come un vero realismo,quello cioè che più profondamente s'accorge delle differenze e delle particolarità; che più vede,sente,intende. In questo senso la scoperta continua della realtà è il compito rivoluzionario della poesia. Naturalmente gli uomini,siano essi i signori feudali di un tempo o i padroni borghesi,vogliono che si dia loro quel che essi comprendono e che accarezza la loro pigrizia. Sono,naturalmente,contro il progresso. Noialtri poeti dobbiamo tuttavia cercare di agire sulla mentalità degli altri uomini e persuaderli della gioia e dotarli di vista:"Le temps viendra où l'intelligence entière s'éveillera" scrisse Rimbaud.
E anche questo è quello che gli storici chiamano Romanticismo. Credo molto importante da parte sua questo riaffermare alcune tesi surrealiste di fronte alla tendenza,oggi in Italia,di involgere sveltamente quelle tesi in un generico processo all'irrazionalismo, in nome di un razionalismo assai poco dialettico.
E infatti la frase di Rimbaud si può avvicinare alla parola di Novalis:"Lo spirito sommuove solo qua e là...Quando sommuoverà interamente? Quando l'umanità comincerà a prendere coscienza in massa?". Questo valore rivoluzionario della poesia era ben compreso dai collaborazionisti; come da Drieu La Rochelle,per esempio,che denunciava la nostra poesia di quel tempo come "consue de fil rouge". Anche in questo senso la poesia è azione. Lenin ha scritto che con intelligenza e buona volontà rivoluzionaria si può scrivere una poesia sociale. Con una "libera" intelligenza l'uomo può scrivere delle poesie. Ispirare significa far comprendere. Già ebbi a scrivere che un ispirato è un ispiratore. Non scrivo dunque per chi mi capisce, ma per chi non mi capisce.
Che può dire allora degli equivoci interpretativi cui ha dato luogo la cosiddetta "Poesia della Resistenza"?
Il poeta è sempre un "resistente",egli è colui che resiste a quel che non vuole fare,sia che il padre gli voglia imporre un mestiere o la Classe dirigente un contenuto a lui estraneo. Beninteso,il poeta non fa quel che vuole,ma quello che può. E' determinato da tutte le circostanze. Ma è al tempo stesso,appunto per questo,l'uomo più libero e l'uomo meno libero. E veramente non esiste poesia che non sia di circostanza. In questo senso non c'è differenza fra la mia opera poetica precedente a quella della "resistenza" e quest'ultima.
Un rapporto diretto?
Si. Ancora una volta,Rimbaud:"Le temps d'un langage universal viendra".
Si potrà quindi parlare di Arte Popolare?
Non esiste Arte Popolare nel mondo borghese. E non può esistere finchè esista una Classe di padroni. La poesia,è vero,precede. Ma questo non vuol dire che si debba negare la tristezza,la tragedia e la melanconia ai poeti. L'attitudine amara e disperata del poeta ha origine dal fatto che gli uomini non lo seguono nel suo sforzo verso una realtà migliore. Egli ha tristemente coscienza di parlare per troppo pochi uomini,e giunge fino a compiacersi della propria disperazione. Allora egli è solo l'immagine sublime della miseria del suo tempo; e,se è vero che bisogna essere riconoscenti a quelli che,come Victor Hugo o Whitman,sanno resistere allo scoraggiamento,non bisogna rifiutare coloro che cantano la loro nostalgia,e sono soltanto i più leali fedeli della sofferenza e dell'utopia. Quelle che compaiono nelle loro opere sono verità cupe,è vero; ma sono verità. La disperazione dei poeti era dovuta alla impossibilità di realizzare la loro opera,di farsi intendere da tutti,di trovare un eco nel cuore degli uomini loro simili. Sapevano che la poesia si farà carne e sangue solo quando sarà reciproca. Essi sapevano(e perciò ci paiono dei rivoluzionari) che questa reciprocità è assolutamente relativa alla eguaglianza della felicità materiale fra gli uomini. E l'uguaglianza nella felicità porterà questa ad un livello così alto che noi possiamo averne ora solo imperfette nozioni. Ma sappiamo anche che quella felicità non è impossibile.
Il momento della poesia è dunque quello della rivolta?
La rivolta sta alla Rivoluzione come il sentimento iniziale sta a quella "raison ardente" di cui parlò Apollinaire,che è la sola ragion ragionante e insieme la sola poesia. Il sentimento(come la rivolta) è un primo momento,assurdo e sublime. Bisogna ripeterlo a quanti,oggi,parlano di rivolta. Il sentimento da solo non si fa carne:e la poesia è rivoluzione,non rivolta; è logica. Essa ha per scopo la verità pratica. Per questo io difendo il diritto dei poeti a contraddirsi. Non si parli qui di diritto all'errore. Il solo errore valido è quello che avviene in presenza e in coscienza della verità. Per questo il diritto della contraddizione è necessario all'esercizio della logica dialettica. Io mi sforzo di "significare": una poesia nella quale si può mettere la parola "tavola" al posto della parola "sedia"(come avviene in molta poesia d'oggi) non è poesia.
Questo insistere sulla "raison ardente" mi conduce a domandarle se crede che il sentimento del Sacro - indipendentemente da ogni formulazione teologica - sia una insopprimibile componente dell'uomo.
Sia chiaro che la parola Dio,per me,non ha senso. Mi rimane incomprensibile quando la leggo nei nostri classici. Ma certo qualcosa di simile a quello che si usa chiamare il sentimento del Sacro è nella vita; nell'amore,ad esempio,nella natura. Non vorrei si dimenticasse che io provengo da un mondo e da una civiltà piena di "buon senso". Si potrebbe meglio dire al plurale: di "buoni sensi".

di Antonio D'Ambrosio - Il Politecnico - n°29 - 1° Maggio 1946
Plekhanov è un autore già conosciuto dai "vecchi" militanti dei partiti operai; meno dai "giovani" che molto ancora avrebbero da apprendere da questi saggi scritti nei primi dieci anni del secolo (s'intende che,con "giovani" e "vecchi",ci riferiamo all'inizio del loro interessamento per il marxismo e non all'età). I vecchi ricordano la polemica di Plekhanov contro il sindacalismo rivoluzionario di E.Leone e di Arturo Labriola, il quale,di giravolta in giravolta,doveva finire col sentirsi a suo agio tra i servi della monarchia. Ma l'opera più propriamente teorica di Plekhanov era ignorata quasi generalmente,non essendo stato pubblicato in italiano che l'opuscolo di polemica sul Sindacalismo rivoluzionario, e un articolo sulla Nuova RIvista Storica(Maggio-Agosto 1927 - fascicolo III e IV).Strano destino,quello di Plekhanov,uno dei fondatori della socialdemocrazia russa, redattore con Lenin della prima Iskra, sdrucciolato sempre più nell'opportunismo e infine avversario risoluto della Rivoluzione Socialista di Ottobre. Strano destino,ma non d'eccezione,perchè quest'incapacità a riscontrare nell'azione ciò che teoricamente egli stesso aveva contribuito ad elaborare,fu purtroppo comune a gran parte di quell'"intelligentia" russa; quanto questa frattura tra intellettuali ed operai abbia pesato sullo specifico svolgimento della Rivoluzione russa sarebbe troppo lungo esaminare. Le pagine sui "salti",nella Storia, sono tra le più efficaci e le più limpide del libro, ma quando si è trattato di "saltare sul serio",nell'azione rivoluzionaria,dal Capitalismo al Socialismo,le gambe gli sono mancate. Non solo,ma ha disapprovato gli altri che saltavano.Ciò premesso dobbiamo domandarci se una lettura dell'opera di Plekhanov sia oggi ancora utile. E senz'altro rispondiamo di si. Certo,vi si riscontrano degli elementi di una Cultura positivistica che sanno di stantio, ma gli argomenti impostati sono quanto mai suggestivi. Il primo - quello se il Marxismo ha una sua filosofia - dovrebbe essere molto più trattato fra noi,dopo che i comunisti hanno proclamato la libertà ideologica in seno al loro partito, e dopo il recente Congresso di Firenze del Partito Socialista. Plekhanov non aveva la possibilità di conoscere i lavori di Marx scoperti dopo il 1920(il "Quaderno di Filosofia e di Economia Nazionale" del 1844 e l'"Ideologia Tedesca") e ciò,crediamo,ha contribuito nel fargli ricercare fuori di Marx stesso, in Feuerbach,la base filosofica del Marxismo.Un secondo argomento è trattato come un abbozzo che tuttora attende di essere sviluppato: quello della concezione marxista dell'Arte. Ci sembra che,neanche dopo la pubblcazione dei più recenti scritti di Raphael "Proudhon,Marx,Picasso" e di Fréville "Arte e Letteratura" e l'opera espletata nella Francia post-bellica dalla rivista "Commune", la concezione marxista dell'Arte abbia ricevuto un'esatta sistemazione. Meno che mai può essere,in questo punto,ritenuta soddisfacente la tesi di Plekhanov che consideriamo particolarmente meschina e inficiata di quel "meccanicismo" dal quale attingerà abbondantemente Bukharin nel suo "Materialismo Storico".Molto più importante è il saggio sulla Dialettica che raccomandiamo di leggere con particolare attenzione. Neppure rapportato alle più recenti opere marxiste, come "Le materialisme dialectique" di Lefèbvre e "Per comprendere Marx" di Sidney Hook, il saggio,pur nella sua brevità,scapita di valore. La nostra personale lunga esperienza ci dice che vi sono moltissime lacune nella preparazione della grande maggioranza dei militanti marxisti italiani. Per 25 anni Marx è stato un "autore maledetto",accuratamente purgato da biblioteche e librerie,e procurarsi un testo o un lavoro su Marx rappresentava un'impresa ardua. La conoscenza del marxismo avveniva a mezzo di guardinghe conversazioni o su qualche sgualcito libro sfuggito alle ricerche della polizia,circolante di mano in mano tra mille difficoltà. Noi italiani, in sostanza,non abbiamo avuto mai tempo ed opportunità di studiare,tranne quando sprofondavamo nel carcere. Usciti appena dalla lotta antifascista,ognuno di noi ha avuto,ed ha, da affrontare i compiti urgenti,gravi e complicati dell'attuale situazione del nostro Paese. E tuttavia non è possibile concepire una Cultura moderna senza una conoscenza del marxismo; vi sono centinaia di migliaia di intellettuali e di lavoratori che vogliono "sapere" e,sinora,di fronte a questo fenomeno di una grande massa di entusiasti,poca è stata l'opera culturale dei marxisti italiani. E' ora di metterci seriamente ad assolvere anche questo compito. Il libro di Plekhanov vi può contribuire.